Devoti Hare Krishna
L’ARTE DELLA DEVOZIONE
Una devota di Krishna trova ispirazione per le sue pratiche spirituali
nelle tradizioni artistiche radicate nel patrimonio spirituale dell’India.
di Indulekha Devi Dasi
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| Indulekha devi dasi. (Foto Ajay Chag) |
“Adoro quella dimora trascendentale, conosciuta come Svetadvipa… dove ogni parola è un canto, ogni passo è una danza e il flauto è il compagno preferito.” (Sri Brahma-samhita 5.56) Qual è lo scopo dell’arte? All’istituto d’arte avevo imparato che è un modo di esprimere qualcosa di se stessi, qualcosa di originale. Osservazioni giuste, ma qual è il punto essenziale di tutto questo? Qual è la ragione di un’opera d’arte, di una danza o di un brano musicale? Secondo molte persone è la creazione stessa o anche il desiderio della fama che deriva dal fare qualcosa mai creato prima. Lasciai l’istituto d’arte con questa domanda che mi bruciava nel cuore dopo che una compagna di scuola mi aveva presentato la coscienza di Krishna. Leggevo i libri di Prabhupada, ma impegnavo ancora più tempo assorbendomi nella bellezza delle opere d’arte che rappresentano i divertimenti di Dio in tutta la loro varietà. Quasi subito iniziai a lavorare per riprodurre illustrazioni particolareggiate di Sri Krishna e dei Suoi passatempi a Vrindavana. Col passare degli anni ne ho scartati molti, ma mi sono serviti come base per idee successive. Per un po’ di tempo rimasi nell’ashram e poi partii per l’India, dove la bellezza della danza e della musica classica attrasse i miei sensi.
A volte udivo dolcissimi accordi musicali provenienti dalla casa o dal giardino di qualcuno e spesso mi soffermavo lì finché non ne avevo memorizzato la melodia. Altre volte osservavo le danzatrici — grandi occhi neri, volti espressivi, piedi forti ed eleganti allo stesso tempo che facevano risuonare decine di campanellini. Decisi di diventare un’artista di Dio, di Krishna, e questo sarebbe stato per me il significato e la ragione di essere un’artista. Allora realizzai poco della profondità con cui gli antichi saggi dell’India si erano occupati della musica, della danza e dell’arte. L’India tradizionale possiede un modo meraviglioso per scoprire l’essenza spirituale di ogni aspetto della nostra esperienza umana e crearne conseguentemente espressioni artistiche significative. Un antico racconto narra del saggio Bharata, autore del Natya Sastra, il trattato indiano più importante sulle arti sceniche. Brahma, l’ingegnere dell’universo dette il Natya Sastra a Bharata, che con un gruppo di Gandharva e Apsara (musicisti e danzatrici celesti) lo rappresentò davanti a Shiva. Vedendo questa meravigliosa esecuzione, Shiva si ricordò della sua danza maestosa, la tandava-nritya, e insieme alla sua consorte, Parvati, insegnò a Bharata l’arte della danza che fu poi portata sulla Terra.
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| “L’India tradizionale ha un metodo meraviglioso per scoprire l’essenza spirituale di qualsiasi aspetto della nostra esperienza umana e crearne conseguentemente espressioni artistiche significative,” dice Indulekha, che qui appare con un taus (simile al più noto esraj) e in una posa tipica della danza Bharata Natyam. (Foto Ananta Sakti Dasa) |
LA DANZA
Le persone dedite alla spiritualità a volte vedono la danza come un’espressione narcisistica. È possibile danzare per il Signore senza scivolare nel desiderio di fama e di adulazione? Io credo di sì, ma deve essere fatto come sadhana o pratica spirituale. Nel 1993 iniziai un corso di danza Bharata Natyam con Guru Prakash Yadagudde, insegnante residente nel Bharatiya Vidya Bhavan, un’organizzazione con vari centri in India e altrove che promuove le arti della cultura indiana. Insieme a questo studiai la musica karnatica (del sud dell’India) per comprendere meglio come danza e musica siano intrecciate tra loro. Scoprii di aver un’attitudine per il canto, cosa di cui prima avevo solo una vaga consapevolezza. Molto presto mi dedicai al canto diplomandomi ed arrivai addirittura ad insegnarlo. L’apprendimento del Bharata Natyam è difficile e richiede impegno per riuscire, ma io ero catturata dal suo profondo significato spirituale e dalla squisita bellezza dei movimenti. Sunil Kothari, nel suo libro Bharata Natyam descrive questa danza in modo meraviglioso: “È uno dei più sottili, sofisticati e aggraziati stili di danza artistica del mondo.
I fiori si aprono nelle mani della danzatrice e uccelli volano via dalla punta delle dita, il corpo oscilla ora in pose orgogliose ora in pose piene di devozione… Questa esibizione di danza, eseguita seguendo le più delicate sfumature di uno spartito musicale o di una poesia, usando il mezzo costituito dal proprio corpo, non è sicuramente superata da nessun’altra espressione artistica.” Come devota di Krishna avevo imparato che la bhakti è lo yoga dell’azione, un modo con cui dirigere la propria attività al servizio di Sri Krishna impegnandosi semplicemente in un sentimento di devozione. Come danzatrice scoprii che questo era vero. Dopo un’iniziale difficoltà ad apprendere a esprimermi in modo estraneo alla mia cultura nativa, imparai a rappresentare i divertimenti di Sri Krishna con la Sua tipica malizia, giocosità e intelligenza. Trascorrevo ore davanti allo specchio cercando d’imitare Krishna e i Suoi devoti nel modo più naturale possibile. La famosa danzatrice Rumini Devi Arundale diceva: “Un vero artista spirituale è colui che arriva a dimenticare se stesso e in questa dimenticanza ottiene la felicità detta ananda.”
Qui si dovrebbe aggiungere che questa dimenticanza di se stessi significa che il danzatore o la danzatrice consentono a loro stessi di diventare un mezzo attraverso cui una Divinità viene trasmessa. Chiunque abbia visto danzatori esperti si renderà conto che la loro fama nasce non dalla loro tecnica fisica, perché sono molti i danzatori tecnicamente perfetti, ma dal modo in cui la loro rappresentazione della Divinità può far sì che un’esibizione di due ore sembri durare solo due minuti. C’è qualcosa di impressionante quando una danzatrice si presenta sul palcoscenico vestita di rosso per rappresentare la personalità di una feroce dea e poi rientra come la madre premurosa di Sri Rama, Kausalya. Le nostre emozioni seguono le trasformazioni e noi diventiamo assorti in pensieri ed emozioni relativi al Signore e ai Suoi devoti.
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| Indulekha ha usato il suo talento artistico per produrre una serie di cartoline di auguri con temi coscienti di Krishna. |
LA MUSICA
Il mio viaggio nel mondo della musica ha costituito una delle esperienze più
formative a livello spirituale della mia
vita.
Tre anni fa iniziai un corso di studio
BMus sulla musica Sikh del nord
dell’India con il professor Surinder
Singh, che dirige un’organizzazione
chiamata Raj Academy, un gruppo
con base a Londra che si dedica agli
aspetti curativi della musica indiana.
La musica indiana tradizionale si
basa su qualcosa chiamato raga, un concetto con molti livelli di
significato. Al livello iniziale, raga è
una scala musicale da cinque a sette
swara o note ascendenti e discendenti. Ci sono migliaia di raga, molti dei
quali hanno le stesse swara. Ciò che le distingue è che ciascuna scala ottiene
un certo carattere e rasa o gusto
perché su alcune note viene posta un’enfasi diversa e vengono collegate
l’una all’altra in modi diversi. Un raga, dunque, è l’espressione di una profonda emozione in tutta la sua
complessità. I raga possono essere
materiali o spirituali a seconda della
loro organizzazione musicale o del modo in cui sono stati pensati.
Una volta vidi una persona che era
l’esempio di cosa significa dedicare
la propria vita al sadhana dell’arte
intesa come devozione.
Pandit Ram
Narayan è noto a molti come maestro
di sarangi in India. Il sarangi è uno
strumento che si pensa sia stato creato
da Ravana, il demone a dieci teste del Ramayana ed esperto musicista. La
parola sarangi significa “tutti i colori” e sta ad indicare che lo strumento può
catturare tutte le emozioni sia materiali
che spirituali. Panditji spiegava al suo
pubblico che la Divinità era realmente
presente nel raga. Egli allora suonò il raga Sri, personificazione di Parvati,
consorte di Shiva. Quando Panditji
ebbe finito il silenzio riempì la stanza perché il pubblico era troppo assorto per applaudire. La presenza della dea
era innegabile.
Oggi la scienza della musica indiana è quasi andata perduta, perfino per
i musicisti indiani, molti dei quali
pensano che molto di quello che è
detto nei testi antichi sia mitologia.
Uno dei più famosi musicologi del
periodo vedico è stato Narada, che
molti hanno pensato fosse il Narada
Muni dei passatempi di Krishna. Nel suo Naradiya Siksa, il saggio descrive a grandi linee i raga e le loro relazioni
con il sentimento, i colori, i pianeti,
i chakra ed altri fattori esoterici fondamentalmente connessi con il
suono e con le sue manifestazioni nel
mondo. In particolare il suo testo è il primo che descrive quelli che sono
conosciuti come Sruti, cioè i suoni che
esistono tra le dodici note comunemente
usate.
I raga vengono suonati o
cantati ponendo grande o piccola
enfasi sugli Sruti. Sebbene questi
minuscoli cambiamenti nel suono siano
impercettibili per le persone comuni,
essi vengono percepiti a livello sottile e
possono alterare i nostri stati d’animo e
i nostri sentimenti. L’uso cosciente degli Sruti e le caratteristiche note scorrevoli
dei raga sono ciò che rende la musica
indiana ovviamente diversa da quella
occidentale.
Molti dei nostri predecessori Gaudiya vaisnava erano esperti musicisti dotati
di un’ampia conoscenza della musica raga, della metrica poetica e del taal o
di ritmi particolari. Jayadeva Gosvami
nella sua Gita Govinda dà un nome
al raga che accompagna ogni poesia e
ne spiega l’apparizione e il carattere.
Candidasa, un poeta amato da Sri
Caitanya Mahâprabhu, scrisse il suo Sri Krishna Kirtana con differenti raga come fecero Govinda Dasa e Vidyapati
nei loro trattati.
Mentre la nostra attenzione dovrebbe
essere sempre focalizzata sul santo
nome anziché sulla nostra bravura nella musica, credo che possiamo
solo guadagnarci ad avere qualche
comprensione degli effetti della musica raga e ad applicarli ai nostri bhajana e kirtana.
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Indulekha suona un taus che ha la forma di un pavone. (Foto Ananta sakti Dasa). |
L’ARTE
Una danzatrice impegna il corpo al servizio del Signore, un cantante gli orecchi e la voce. Per l’artista gli occhi sono assorbiti nella bellezza della forma di Dio che si manifesta dal cuore e sulla tela. Le ore diventano attimi quando appare la forma di Sri Krishna — i Suoi occhi vivaci, la Sua carnagione blu come una nube carica di pioggia, i Suoi capelli neri ricciuti. Una canzone di Bhaktivinoda Thakura dice: “O figlio di Nanda lascia che Ti adori con la luce dei miei occhi.” Da artista spirituale, io ho creato Nataki, un sito web dedicato alla diffusione della danza, della musica e delle attività artistiche spirituali. La parola nataki indica una donna artista, in genere una danzatrice. Nell’India antica questo avrebbe quasi sempre comportato una carriera devozionale come danzatrice del tempio. Ho creato Nataki a causa della mia profonda convinzione che ogni guarigione, ogni tipo di devozione ed ogni avanzamento spirituale può essere ottenuto usando il fatto di essere un’artista. Anche se sono ancora una studentessa, spero che il mio sito web incoraggerà altre persone a realizzare, come ho fatto io, la profondità, la bellezza e la devozione intrinsecamente contenute nelle tradizionali forme artistiche indiane. L’India antica ha portato nell’arte ogni possibile aspetto della vita. In realtà, questo è forse il più rilevante contributo della letteratura vedica. Noi tutti cerchiamo un modo per impegnare i nostri sensi in qualcosa che abbia un significato assoluto per le nostre anime.
Indulekha Devi Dasi, che vive a Londra, fa parte del movimento Hare Krishna dal 1988. Si esibisce regolarmente come danzatrice e sta affermandosi come insegnante di danza e musica indiana e anche come promotrice dei suoi lavori artistici.
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