Quando facevo il mio internato di psicoterapia clinica nella scuola di specializzazione, il nostro superiore insisteva perché relazionassimo con i nostri pazienti con una sincera empatia. Poiché la maggior parte dei corsisti proveniva da ambienti privilegiati egli pensava che avevamo bisogno di qualcosa di più di una comprensione teorica della sofferenza dei nostri pazienti. La mia prima seduta di “empatia sperimentale” fu con Doris, che soffriva di schizofrenia. Un’esile donna di circa trent’anni, con un viso attraente, ma sciupato dall’esposizione all’aria, perché spesso preferiva vivere per strada invece che in una casa. Spesso sedeva in sala d’attesa impegnata a conversare con persone immaginarie che a lei sembravano reali. Doris non era una candidata adatta alla terapia, tuttavia il suo medico responsabile ed io cercavamo di aiutarla. Ogni tanto aveva momenti di pausa nella sua malattia e allora parlava delle sue numerose occasioni mancate, incluse le relazioni con gli altri e del suo sogno di fare l’insegnante.
Dopo le prime sedute con Doris, il mio capo mi fece trascorrere un pomeriggio a una seduta fatta per sviluppare empatia per gli schizofrenici. Attraverso gli auricolari cominciai ad essere assalita da una miriade di voci, che mi insultavano e umiliavano la mia personalità. Mentre ascoltavo queste voci, mi fu dato un elenco di semplici compiti da eseguire, come andare al negozio all’angolo a comperare batterie. Dopo due ore d’ascolto delle voci registrate e di corse per le commissioni affidatemi, mi sentivo sfinita. Esausta fisicamente e mentalmente mi unii agli altri per condividere le nostre esperienze. Questo esercizio era efficace per ottenere il risultato voluto. Imparai molto di più sulle persone affette da questa malattia particolarmente debilitante e sentii crescere la mia compassione per loro. Il mio paziente successivo fu un uomo di mezza età colpito da sclerosi multipla. Costretto in una sedia a rotelle mostrava sintomi di depressione e il suo medico gli aveva prescritto di farsi aiutare a livello mentale.
Ormai avevo accettato l’inflessibile convinzione del mio capo sull’empatia sperimentale. Perciò non fui sorpresa quando nel suo ufficio vidi una sedia a rotelle preparata per me. Nell’ora successiva mi fece girare tutto l’ospedale per compiere piccole commissioni mentre in modo maldestro imparavo a manovrare la sedia a rotelle. Riflettendo su questo internato, ritengo valido il metodo con cui il mio capo presentava questa parte così importante della terapia — unirsi agli altri con empatia. L’empatia ci aiuta a prenderci cura delle persone vivendo le loro sofferenze ed anche ad evitare di cadere nella trappola di pensare di essere superiori agli altri. Ci aiuta a sviluppare umiltà — la via per progredire spiritualmente e sviluppare una relazione d’amore con Dio.
L’AIUTO DI KRISHNA
Krishna aiuta i Suoi devoti neofiti purificando ogni posizione mentale che impedisca loro di avvicinarsi a Lui. Quando giudichiamo le persone e le loro situazioni, lo dovremmo fare con il desiderio di essere d’aiuto e di compiacere il nostro guru e Krishna. Questo modo di pensare ci aiuterà ad elevare la nostra coscienza spirituale. Se invece valutiamo gli altri pensando di servircene o di umiliarli — per aumentare la nostra sensazione di essere importanti — questo tipo di giudizio sarà di ostacolo al nostro sviluppo spirituale. Una delle qualità più indesiderabili nel cuore di un neofita del bhakti-yoga è la tendenza a giudicare gli altri senza riguardo per il loro benessere spirituale. Ciò porta a criticare esponendoci al rischio di compiere vaisnava aparadha, offese ai devoti di Krishna. Se siamo fortunati Krishna eliminerà questa tendenza dal nostro cuore.
A volte Krishna, che è all’origine del processo educativo dell’empatia sperimentale, ci porrà in situazioni simili a quelle delle persone che stiamo giudicando. Anche se può apparire sconcertante, è la gentilezza del Signore, che ci aiuta a sradicare dal nostro cuore le caratteristiche che sono d’ostacolo sull’amore per il Signore e i Suoi devoti. Quando ero una giovane devota, seguivo rigidamente tutti i programmi del tempio, ma ero portata a criticare i devoti che non frequentavano assiduamente. Una devota sofferente a causa di una malattia faceva del suo meglio per venire quando poteva, ma io pensavo che avrebbe potuto fare di più. Non molto tempo dopo però questi pensieri contaminarono la mia coscienza, mi ammalai e mancai più volte al mangala-arati, la prima cerimonia del mattino.
Krishna ottiene molte cose con una sola azione e un risultato della mia malattia fu quello di far diminuire la mia tendenza a criticare. Spesso Krishna mi ha posto in situazioni simili a quelle delle persone verso cui mancavo di empatia, aiutandomi a sviluppare una maggiore comprensione per le difficoltà degli altri. Le parole atmavan manyate jagat significano che siamo portati a pensare che gli altri siano come noi. Spesso la cosa più biasimevole che troviamo nel nostro prossimo è una qualità negativa nascosta dentro noi stessi. Perciò è consigliabile riflettere su questo quando giudichiamo gli altri e guardare nel nostro cuore per scoprire i nostri difetti.
L’ESEMPIO DI PRABHUPADA
Prabhupada con il suo esempio ci ha insegnato ad essere indulgenti con gli altri e severi con noi stessi. Egli non ammetteva compromessi nel suo servizio a Krishna e nelle sue pratiche spirituali quotidiane, ma mostrava comprensione e compassione verso i suoi discepoli neofiti che spesso trovavano difficoltà a seguire le pratiche fondamentali del bhakti-yoga. Quando i suoi discepoli erano maturi, talvolta li correggeva severamente ma solo per il dovere di aiutarli a progredire nel loro percorso spirituale. All’inizio del movimento Hare Krishna, Prabhupada chiese ad uno dei suoi primi discepoli, Syamasundara Dasa, esperto artigiano, di scolpire nel legno una Divinità di Sri Jagannatha. Ad un certo punto Prabhupada andò a vedere come progrediva il lavoro.
Quando entrò nella stanza vide un pacchetto di sigarette posato sulla testa di Sri Jagannatha. “Va tutto bene,” disse Prabhupada al suo discepolo imbarazzato e dispiaciuto. Prabhupada non aveva bisogno di prendere il vizio di fumare per comprendere la situazione del suo discepolo. Dette a Syamasundara l’istruzione di ridurre di uno il numero delle sigarette che fumava ogni giorno finché l’abitudine non fosse cessata. Prabhupada era un puro devoto e la sua coscienza era cristallina. Poiché non c’erano contaminazioni nel suo cuore, non era portato a trovare errori negli altri o a condannarli. Nella Bhagavad-gita (6.32) Sri Krishna dice ad Arjuna che le persone spiritualmente avanzate sono in grado di comprendere sia la felicità che la sofferenza degli altri. Grazie alla loro personale esperienza del mondo materiale, esse comprendono che la gente soffre quando dimentica Dio ed è felice quando è unita a Lui.
SALVARE IL CAPPOTTO
Come tutte le qualità spirituali, l’empatia o compassione ha una copia esatta nel mondo materiale. Il mio superiore mi aiutava a sviluppare empatia, ma poiché non aveva conoscenza dell’eternità dell’anima che è nel corpo, il suo concetto di sentire la sofferenza degli altri era fondato soltanto sulla sofferenza fisica. Prabhupada racconta la storia di un uomo che si tuffa in un lago per salvare una persona che affoga e che torna solo con il suo cappotto. Generata da un pensiero materiale questo tipo d’empatia avrà solo un valore temporaneo se non viene usata nella nostra vita spirituale. Srila Prabhupada sentiva profondamente la pena e la sofferenza delle anime in questo mondo. Una volta a Mayapur dal suo balcone vide una scena che lo fece piangere. Alcuni bambini lottavano con i cani per prendere il cibo rimasto sui piatti gettati via. Prabhupada allora disse che nessuno entro sedici chilometri dal tempio ISKCON di Mayapur avrebbe dovuto soffrire la fame; le persone avrebbero dovuto essere nutrite con il
prasadam che eleva spiritualmente.
Lo scopo della compassione di Prabhupada era elevare la coscienza delle persone affinché potessero finalmente essere liberate da ogni forma di sofferenza. L’empatia è una qualità naturale dell’anima. Seguendo le orme di Prabhupada dovremmo dedicare attenzione alle sofferenze degli altri per comprendere lo scopo ultimo della vita. Questo non significa che dobbiamo usare i mezzi escogitati dal mio superiore e vivere direttamente la condizione di sofferenza del prossimo, ma in pratica possiamo fare varie cose per sviluppare empatia. Prima di tutto si deve avere una mentalità da studioso — una mente inquisitiva che cerca di capire le lezioni sempre presenti nell’ambiente che circonda. L’Undicesimo Canto del
Bhagavatam porta l’esempio di un
brahmana che elenca ventiquattro esseri che egli considera suoi guru. Per esempio, egli dice di aver appreso preziosi insegnamenti da un piccione, da un’ape e da una prostituta. Essere aperti a ciò che possiamo apprendere dagli altri ci aiuterà ad apprezzare gli sforzi degli altri e a sentire un collegamento che potremmo aver trascurato.
Un’altra tecnica che può aiutarci a comprendere il mondo degli altri è ascoltare in modo riflessivo. Noto anche come ascolto empatico, questo richiede a colui che ascolta di comprendere le parole di chi parla con i sentimenti dietro di esse. Un altro potente atteggiamento mentale è di esercitarsi a vedere le persone per le loro potenzialità anziché per quello che erano in passato o sono al momento attuale. Tutti sono anime pure con una relazione eterna con Krishna. Ricordare questo ci può aiutare a vedere al di là del condizionamento materiale delle persone, consentendoci di prenderci cura di loro e di desiderare di aiutarle. Finalmente desideriamo essere nello stato d’animo di servire gli altri. Quando cerchiamo il modo di servire anziché di sfruttare, i nostri cuori si aprono e avvertiamo spontaneamente il legame che esiste eternamente tra tutti gli esseri viventi. Nel nostro ruolo di praticanti spirituali questi sono alcuni suggerimenti per agire nel mondo in modo da espandere la mentalità favorevole allo sviluppo dell’empatia.
Grazie alla sua perfezione spirituale Prabhupada riusciva sempre ad individuare con chiarezza le nostre sofferenze e s’impegnava infaticabilmente e pazientemente a darci il rimedio adatto. Nonostante una volta abbia detto che i nostri cuori erano difficili da pulire come lo è il carbone, non ci abbandonò. Ora che Srila Prabhupada non è più presente fisicamente sul pianeta, il nostro dovere è diffondere la sua natura compassionevole ed empatica fra tutti gli esseri viventi che hanno l’opportunità di prendere rifugio nel movimento di Sri Caitanya. Quando il guru lascia questo mondo, i discepoli devono essere all’altezza della situazione ed accettare l’eredità del loro amato maestro. Il guru potenzierà i suoi discepoli sinceri affinché portino avanti la sua missione. I discepoli sinceri di un guru
Vaisnava sono anch’essi
Vaisnava che meritano la preghiera offerta ogni mattina nei templi ISKCON: “Offro i miei rispettosi omaggi a tutti i
Vaisnava devoti del Signore. Essi, come alberi dei desideri, possono soddisfare i le aspirazioni spirituali di tutti gli esseri e sono pieni di compassione per le anime condizionate.”
Arcana Siddhi Devi Dasi fu iniziata da Prabhupada nel 1976. Vive con suo marito e un figlio a Sandy Ridge nel North Carolina, dove lavora come terapeuta di famiglia.
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