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Come burlarsi della morte

 

di Raghunath das

 

 

Come burlarsi della morte
 

 


E’ sempre più evidente che questo movimento del sankirtana di Sri Caitanya Mahaprabhu sta influenzando positivamente la gente di quest’era di kali e soprattutto in Occidente, da quando è arrivato Srila Prabhupada, con gli insegnamenti millenari degli acarya, le persone stanno cambiando il loro concetto confuso di vita e di morte in una comprensione sempre più vicina alla realtà, senza niente togliere agli insegnamenti di tutte le religioni autentiche di questo travagliato pianeta, che rischiano però di essere coperte dal materialismo imperversante di quest’età di discordia e ipocrisia. Sempre più persone praticano yoga, meditazione, fanno uso di medicine olistiche, diventano vegetariane e vogliono dedicarsi a seguire un percorso spirituale genuino. Questa è la prova di come la profetizzata era dell’oro sta entrando gradualmente nella società cosiddetta moderna. Dalle labbra delle persone possiamo sentire più spesso parole come: karma, reincarnazione, trascendenza, mondo spirituale, samsara e altre ancora, ben famigliari ai devoti di Krishna.

Specialmente i devoti che distribuiscono i libri di Prabhupada avvertono chiaramente questo cambiamento perché loro vanno a contattare direttamente la gente di ogni estrazione sociale, politica, religiosa, di ogni razza e cultura. E vi posso assicurare che “là fuori” ci sono già uomini e donne saggi che desiderano solo una “buona associazione.” È il caso di un distinto signore, Marco Raja, poeta e scrittore, che ho trovato un giorno in un paesino dell’appennino piacentino e con il quale ho avuto un bellissimo scambio, da devoto a devoto. Tale è stata la mia sensazione di quel che diceva del ‘gioco della vita e della morte.’ Nell’ultimo suo libro, intitolato Lapidario, lui fa una ‘burla’ della morte elencando in chiave satirica 360 epigrafi immaginari sulle lapidi di vari tipi di persone di questo tempo. Mi sono permesso, con la sua approvazione, di scrivere qualcosa a riguardo, con la collaborazione delle sue parole tratte dalla prefazione da cui trapela un’arguta conoscenza spirituale e un sano umorismo che non nasce sicuramente dalla frivolezza ma dalla consapevolezza che la vita è gioia e che la morte in effetti non esiste veramente.

Da dove si viene e dove si va
La vita deve essere presa per il verso giusto senza mai mollare la presa. Purtroppo quasi tutti diamo giorni alla vita e quasi nessuno riesce a dare vita ai giorni. Si nasce per iniziativa altrui e si muore senza il nostro consenso, dimostrazione eloquente che noi siamo dei nullafacenti-nullatenenti. La più grande difficoltà esistenziale è capire da dove si viene e dove si va. Cercare di indagare questo enigmatico transito è già praticare un turismo intelligente e saggio. La saggezza si conquista nell’assaggiarci ogni giorno a piccole dosi e nell’assaggio bisogna accettare senza repulse il dolce e l’amaro. La vita è fatta di arrivi e di partenze con viaggio di venuta e di ritorno pagato assai caro. La saggezza sta nell’apprezzare con serena arguzia il soggiorno facoltativo e provvisorio senza smarrire il biglietto per il soggiorno obbligato che, a differenza del primo, dura in eterno. Non a caso Raul Follerau dice: “Felice chi alla fine della vita può guardare davanti a sé senza tremare e dietro di sé senza aver voglia di fuggire”. Ognuno di noi si ammala poi muore. Oppure non si ammala e muore ugualmente. E’ un mistero che viene da lontano ma è vicino a noi di giorno e di notte. Uno comincia a morire gia dalla nascita. Siamo già in grembo alla morte da quando ci sentiamo la creazione addosso che ci lievita dentro consumandoci per una rinascita estrema che la fede pone vicino all’eternità. Noi siamo come un fiore che va in seme presto, che ha fretta di cadere al suolo. Se si ha la certezza che la maturazione precoce e la fermentazione della terra vuole dire germinare e rinascere per sempre, la morte non spaventa. Se non si vuole accettare questa sublimazione, la morte diventa disperazione globale.

La grandezza capace di capire la nostra piccolezza
La saggezza altro non è che la nostra grandezza capace di percepire la nostra piccolezza ma è una virtù che arriva quasi sempre in ritardo, essendo più vicina all’aldilà che all’aldiqua ed è proprio la convinzione dell’esistenza dell’aldilà che deve renderci migliori nell’aldiqua. Sono in sintonia con Montaigne quando dice: “Chi insegnerà all’uomo a morire, gli insegnerà a vivere.” Gli fa da controvoce Umberto Saba quando afferma: “E’ il pensiero della morte che, in fine, aiuta a vivere”. Queste verità le aveva gia annunciate, duemila anni fa, Seneca nell’asserire: “Ci vuole tutta la vita per imparare a morire.” Viene allora da confermare che se l’uomo imparasse a morire bene, durante il vissuto, avrebbe un brutto concetto in meno, come dire che è il pensiero della morte che dovrebbe illuminare le idee della vita. È nel sentire accanto questa presenza che si acquista il senso del limite. Percepire questo confine significa abbattere l’orgoglio posto a dogma delle nostre menzogne. La morte è il canone che paga la vita per l’uso perpetuo d’una dimora eterna. L’idea della morte ci fa capire che siamo collettività con una fine individuale ma con una legge egualitaria. Per ognuno di noi ha i suoi tempi di intervento e le sue modalità di esecuzione. Essa è il comun denominatore della vita che riesce sempre a pareggiare i conti aperti da ognuno di noi e i conti pareggiati non lasciano ne crediti ne debiti.

Mistica visione francescana
La morte non è macabra, macabra è una certa maniera di vivere. La morte è una lezione di vita che non dovremmo scordare durante il cammino dell’esistere. San Francesco d’Assisi, con ascetica confidenza, chiama “sorella” la morte: “Laudato sii, mi Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullu homo vivente pò skappare.” Ogni credente dovrebbe accettare questa mistica visione francescana, anche se ai nostri occhi sfuocati dalla paura dell’ignoto tutto ciò appare paradossalmente funereo. L’ignoto è colmo di tremori ma anche di stupori. Il mistero è oscuro ma illumina. Se la morte è sorella, è delittuoso demonizzarla e forse sacrilego considerarla perfida, lugubre, spettrale. Per la fede la morte è sacra come lo è la vita. È sempre il buio che fa pensare alla luce. La morte, per un credente, è la soluzione di continuità della vita che si trasforma da effimera in eterna. È il senso dell’eternità che non siamo in grado di capire e quel che non si capisce ci smarrisce, ci sgomenta, ci terrorizza.

La morte e l’apologia del sorriso, equilibrio dell’anima

Per me è pensiero triste non aver pensieri allegri, poiché sono convinto che l’umorismo sia una forma colta di altruismo messo sotto spirito. Il sorriso è il cosmetico più a buon mercato per migliorare il nostro volto e quello degli altri. Il sorriso è l’equilibrio dell’anima che sale discreto verso il volto per desiderio di ascendenza.

Un cimitero allegro
Esiste in Romania, ai confini con l’Ucraina, un paesino di tremila anime chiamato Sapanta con un piccolo cimitero, unico e speciale al mondo, entrato oramai a far parte degli itinerari turistici. Lo hanno denominato “cimiturul vesel” che significa “cimitero allegro”. È un campo santo disseminato di tombe con croci di legno dipinte in azzurro brillante (colore associato al cielo e alla pace). Lapidi lignee arricchite da intagli, bassorilievi e decorazioni festose e tutt’altro che spettrali, ritraggono i defunti sepolti accogliendoli con frasi e brevi filastrocche rimate, di sapore contadino, capaci di demitizzare la morte in modo sapiente, saggio e arguto come la gente semplice del popolo sa fare. È il sorriso di una vita eterna che seppellisce il ghigno di una morte terrena. Tutta questa accettazione serena ed esultante, perché priva di incubi funerei, è da ricercarsi nelle tradizioni degli antichi Daci e nella loro propensione confidenziale con la morte, vista come distacco e passaggio definitivo alla vita, concepita come male provvisorio verso la pace incessante.
[fine della citazione]

La visione Bhagavata
I grandi testi spirituali sanscriti dell’antica India, che sono tramandati in modo autentico dalla successione dei maestri, sono sempre molto precisi, scientifici, illuminanti e rispondono esaurientemente a tutte le domande dell’uomo, anche le più pertinenti. Come tutte le scritture sacre autentiche, ci dicono che cosa sono la vita e la morte. Realizzata in parole semplici la vita altro non è che l’anima spirituale eterna, che non nasce e non muore e che ha una sua realtà precisa nel mondo spirituale in compagnia del Signore e di tutti gli altri esseri viventi. La morte è tutto il resto: il corpo materiale, che senza l’anima non ha nessun valore, e che come tutta la materia inerte fa parte dell’energia inferiore del Signore. Noi siamo sempre vivi – “Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io, tu, e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”- dice Krishna ad Arjuna nella Bhagavad-gita, e nel verso precedente dice: “Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi per ciò che non è degno di afflizione. I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti”. C’eravamo prima di nascere e ci saremo ancora dopo aver lasciato il corpo materiale e quindi la persona che ha realizzato ciò è veramente serena e va verso la prova finale di questa vita terrena senza paura e a testa alta. Dobbiamo però risvegliare il nostro amore per Krishna così come ci insegnano le scritture rivelate.

Nello Srimad-Bhagavatam Narada Muni, che nella sua vita precedente era il semplice figlio di una servitrice ma che aveva avuto la fortuna di associarsi con dei grandi spiritualisti, dice queste parole: “Libero da ogni obbligo materiale cominciai a recitare i Santi Nomi e le glorie del Signore infinito. Così assorto nel lodare e nel ricordare i divertimenti trascendentali del Signore, fonte di ogni liberazione, viaggiai su tutta la Terra, pienamente soddisfatto e libero dall’orgoglio e dall’invidia. Così o Vyasa, giunse il momento in cui, pienamente assorto nel pensiero di Krishna e quindi completamente libero da ogni attaccamento e contaminazione materiale, m’incontrai con la morte, proprio come il lampo e il suo bagliore appaiono simultaneamente.” (S.B. 1.6-26-27)

Nel quarto canto è detto che Dhruva Maharaja capì che questa manifestazione cosmica confonde gli esseri viventi come un sogno o una fantasmagoria, essendo una creazione dell’illusoria energia esterna del Signore Supremo. Egli, alla fine, dopo aver lasciato il suo regno che si estendeva su tutta la Terra, completamente assorto nella forma trascendentale del Signore, vide un meraviglioso aeroplano scendere dal cielo. I servitori di Vishnu erano venuti a prenderlo per portarlo nel mondo spirituale e lo invitarono a salire. Prima di salire a bordo, Dhruva Maharaja offrì omaggi ai compagni del Signore, e così facendo diventò splendente e luminoso come l’oro fuso. Mentre si accingeva a salire sull’aeroplano trascendentale, Dhruva Maharaja vide la morte personificata che si avvicinava a lui. Senza curarsi di lei, tuttavia, egli approfittò dell’opportunità per porre il piede sulla testa della morte, e salì sull’aeroplano che era grande come un palazzo. Se noi leggiamo, distribuiamo e viviamo questi testi trascendentali come lo Srimad-Bhagavatam e la Bhagavad-gita diventeremo veramente “leggeri” e potremo raggiungere il cielo spirituale, che si trova al di là della nascita e della morte. Così come un velivolo che si eleva sopra le nuvole non è più turbato da nessuna turbolenza e si trova sempre nel sole.

 

   

(Tratto da Movimento ISKCON)