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GRATIFICAZIONE DEI SENSI

Un Saggio di Patologia

Krishna rivela che il mondo funziona esattamente al contrario di come supponiamo

di Ravindra Svarupa Dasa

Foto: © Kurhan | Dreamstime.com. Montaggio: Yamaraja Dasa.

Krishna nella Bhagavad-gita (5.22) a proposito della gratificazione dei sensi dice: ye hi samsparsa-ja bhoga duhkha-yonaya eva te “I piaceri che nascono dal contatto dei sensi con i loro oggetti in realtà sono l’origine di ogni sofferenza.” Il termine sanscrito bhoga (con la “a” lunga del plurale) significa “piaceri” o “godimenti”. Quali tipi di piacere? I piaceri nati (ja) dal samsparsa, “il mettere in contatto”, implicitamente il contatto dei sensi con i loro rispettivi oggetti. Questo è ciò che noi intendiamo per “gratificazione dei sensi”: godere i piaceri che nascono quando gli occhi, il naso o la lingua, le mani, la pelle o i genitali si uniscono con i loro specifici oggetti. A proposito di questi piaceri Krishna dice qualcosa che all’inizio è contrario alla nostra intuizione: i piaceri così ottenuti (te) sono i luoghi di nascita o le origini (yonaya) della sofferenza (duhkha).

In questo verso sembra che si alluda al piacere sessuale. Il termine yonaya letteralmente significa “vagina” o “grembo” ed è collegato con la parola ja, la nascita, che lo precede. L’allusione sarebbe appropriata, perché il piacere sessuale, come Freud ha messo in evidenza, è “il prototipo di tutti i piaceri”. Tutti i piaceri dei sensi, Krishna afferma, sono causa di sofferenza. Come se prevedesse la spontanea reazione negativa di chi ascolta, Krishna rafforza la sua laconica definizione con due parole che la enfatizzano: hi (sicuramente, certamente) e eva (veramente, realmente). Ho cercato di trasmettere la forza di queste espressioni con le parole “in verità” e con la parola “ogni”, che precisa il termine “sofferenza”. La parola duhkha spesso è usata per indicare genericamente la sofferenza propria dell’esistenza materiale.

Buddha la usò con questo significato nella prima delle sue Quattro Nobili Verità: Questa è la nobile verità della sofferenza [duhkha]: la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza; il dolore, il lamento, le pene, il dispiacere e la disperazione sono sofferenze; l’unione con ciò che non è piacevole è sofferenza; la separazione da ciò che è piacevole è sofferenza; non ottenere ciò che uno desidera è sofferenza…. La seconda Verità afferma che l’origine di questa sofferenza è il desiderio o la bramosia (trisna). In merito possiamo notare che queste affermazioni di Buddha rispecchiano gli insegnamenti della Bhagavad-gita. È risaputo che Buddha non accettava l’autorità dei Veda, tuttavia qui vediamo con chiarezza che egli ha mantenuto alcuni principi fondamentali dell’insegnamento vedico. È interessante notare che Krishna all’inizio della Gita respinge coloro che confusi dal “linguaggio fiorito” dei Veda, si dedicano esclusivamente ai riti vedici per ottenere opulenza e piaceri materiali.

In altre parole, Krishna rifiuta quella stessa interpretazione dei Veda che anche Buddha respinge. Tuttavia Krishna, che ancora accetta l’autorità vedica, espone quello che Egli ritiene il più importante degli insegnamenti vedici, enunciando apertamente nella Gita quella che prima era una conoscenza riservata o nascosta. In questo però non c’è disaccordo: “Quei piaceri che nascono dal contatto dei sensi con i loro oggetti sono in verità la sorgente di tutte le sofferenze.” Krishna rivela che il mondo in realtà funziona esattamente al contrario di quello che supponiamo. Fin dalla nascita abbiamo cominciato a godere il piacere dei sensi. Trovando il godimento in ognuna di queste esperienze, noi naturalmente riteniamo che il percorso della felicità – ovviamente – consista nel moltiplicare, perpetuare e intensificare questi piaceri il più possibile. Tuttavia il mondo ci inganna. E pertanto la nostra esperienza materiale nella sua totalità viene descritta come un tipo di maya o illusione.

Questa illusione pervade tutto e diventa sempre più profonda. L’avvertimento di Krishna è stato seguito da molti santi e saggi del passato, come Lao Tzu, Confucio, Buddha, Mosé, Platone e Plotino, ma oggi non seguiamo più i loro insegnamenti. Presi da quella musica sensuale tutti trascurano i monumenti dell’intelletto che non invecchia (da W.B. Yeats, “Salpando per Bisanzio”) Perché allora dovremmo dare retta alle religioni e ai moralismi tradizionali, con le loro negazioni e limitazioni imposte da questi decrepiti patriarchi che con la bocca atteggiata al disgusto odiano la gioventù e negano la vita? Il progresso esiste e ci ha liberato dal senso di colpa e dalle inibizioni ereditate dal passato; lasciateci esplorare pienamente e sfruttare tutte le potenzialità del mondo. In questo modo l’illusione diventa più profonda e pone le vere fondamenta della nostra cultura moderna.

Nel 1851 – agli albori dell’attuale modernità – Mathew Arnold compose la famosa poesia “Dover Beach” Qui, dove le onde s’infrangono rumorosamente sulla spiaggia ricoperta di ciottoli sotto le scogliere di calcare, il suono della marea che si abbassa fece ricordare al poeta “la sua malinconia, un lungo ruggito” del “Mare della Fede” un tempo in alta marea. Riflettendo sulla nostra nuova situazione, Arnold concludeva: … perché il mondo che pare stendersi dinanzi a noi come una terra di sogni, così vario, così splendido, così nuovo, non possiede in realtà né gioia, né amore, né luce, né certezza, né pace, né sollievo nel dolore; E siamo qui come in una piana che s’oscura sbattuti da confusi allarmi di lotte e fughe, dove eserciti ignoranti si scontrano di notte. Arnold ha visto bene?

Dopo molti anni di progresso possiamo guardare sui grandi schermi ad alta definizione della TV satellitare gli attuali scontri degli attuali eserciti della notte e gli attuali brillanti commentatori che analizzano l’attuale crisi dell’economia globale e l’attuale incontrollato sviluppo del disastro climatico globale dovuto all’uomo. Tutte queste notizie arrivano fortemente arricchite – e per questo pagate – da messaggi commerciali costosi che ci spingono a spendere per godere sempre, sempre di più. Quale potrebbe essere stato l’errore? O se la pubblicità commerciale televisiva miracolosamente dicesse la verità? Godetevi Cancun o Parigi, godetevi una Schlitz o una Heineken, godetevi la Toyota o la Lexus – ma in realtà soffrirete! Naturalmente alcune pubblicità completamente false sono state presentate molto bene ma i relativi prodotti sono caduti in disgrazia.

Godetevi le Lucky Strike, le Camel e le Chesterfield – sappiamo che soffrirete. Soffrirete di costipazione cronica dei polmoni, di malattie di cuore, di infarti e cancro polmonare e morirete. Quello che Krishna ci dice – quello di cui i consumatori hanno ancora da rendersi conto – è che ogni forma di gratificazione sensoriale è come una sigaretta. La gratificazione dei sensi è la causa della morte. “I piaceri che nascono dal contatto dei sensi con i loro oggetti sono in verità la sorgente di tutte le sofferenze.” Così Krishna Si esprime nella Bhagavad-gita (5.22). Perché accade questo? La riga successiva del verso ci dà la risposta: ady-antavantah kaunteya na tesu ramate budhah “O figlio di Kunti, tali piaceri hanno un inizio e una fine, perciò l’uomo saggio non se ne compiace.” L’avere un inizio (adi) e una fine (anta) caratterizza tutti i piaceri del mondo materiale. Per questa ragione colui che è veramente saggio (budha) non cerca di trarre il piacere da essi. È una realtà che in questo mondo dominato dal tempo non abbiamo alcun titolo, nessun vero diritto di proprietà su tutto ciò di cui godiamo.

Qui la nostra prospettiva di felicità è fragile ed effimera. Qui il Tempo domina tutto: Se bronzo, pietra, terra e mare sconfinato, sono travolti dal potere spietato della morte, come potrà opporsi la bellezza a tanta furia se il suo vigore è pari all’anelito di un fiore? O, come potrà reggere il fresco alito d’estate alla rovinosa stretta di martellanti giorni, se rocche invulnerabili non sono tanto solide né porte d’acciaio salde al rovinar del Tempo? O tragico pensiero! Così canta il Poeta (W. Shakespeare). Il saggio sa bene che questo mondo è di per sé un luogo di calamità. Noi “seguaci del tempo” siamo restii ad ascoltare questo. Noi siamo “per negare”. Come afferma il Bhagavatam a proposito di noi: pasyann api na pasyati, sebbene abbiamo visto, non vediamo ancora. La nostra cecità è volontaria. Ci comportiamo da stupidi cercando di essere felici: Eppure ah! Perché dovrebbero conoscere il loro desino? Dal momento che il dolore non viene mai troppo tardi e la felicità troppo rapidamente vola via. Questo pensiero distruggerebbe il loro paradiso. Mai più; se l’ignoranza è felicità, È folle essere saggi. – Thomas Gray (1742)

Così cerchiamo la felicità seguendo gli sciocchi. Portiamo i nostri sensi a contatto con i loro oggetti e godiamo e gioiamo del piacere che ne nasce. Tuttavia prima o poi questo contatto s’interrompe e il nostro piacere finisce. Non può essere diversamente. Ora voglio proporvi un’autoanalisi da fare tra sé e sé:

D: “Quando il tuo piacere finisce, come ti senti?”

R: “Mi sento giù, sofferente e depresso. Mi sento addolorato, solo e abbandonato.”

D:
“E perché?”

R: “Ovvio, non volevo che il mio piacere finisse. Volevo solo che continuasse.”

D: “E quanto vorresti che continuasse?”

R:
“Per quanto tempo posso provare piacere? Per sempre?”

Una semplice introspezione scopre il nostro vero desiderio: cerchiamo la felicità che non ha fine; cerchiamo il piacere eterno. Se esaminiamo questo desiderio scopriremo che è ostinato e implacabile. Questo è quindi ciò che facciamo; questa è la nostra assurda situazione: cerchiamo la felicità che non ha fine, ma la cerchiamo, in modo ossessivo, in un mondo dove tutto finisce. Allora siamo obbligati a concludere che la soddisfazione dei nostri desideri non può essere trovata nel mondo materiale. (come volevasi dimostrare) Il semplice inno di una generazione composto dai Rolling Stones – “I can’t get no satisfaction” – non è nient’altro che un grido prolungato di delusione davanti a questa realtà immodificabile. Desideriamo che il nostro piacere continui per sempre. Questa è la natura propria del piacere. Alle Lust will Ewigkeit – “Ogni piacere desidera l’eternità” – ha scritto Friedrich Nietzsche. Will tiefe, tiefe Ewigkeit – “Vuole una profonda, profonda eternità.”

Qui ogni piacere effimero ci porta a ricordare o a ricollegarci alla felicità eterna di un paradiso perduto. Cercare di trovare quel paradiso in questo riflesso, in questo miraggio, ha il solo effetto di portarci ancora più lontani da quello che veramente cerchiamo. Ci garantiamo ulteriori insoddisfazioni e niente di più. Così la gioia naturale dell’infanzia e della giovinezza lascia la strada alla delusione, all’amarezza, all’insensibilità emotiva e alla disperazione della vecchiaia. Cessiamo di vivere molto prima di morire. Arthur Schopenhauer, con la lucidità che gli è caratteristica, ci offre questa agghiacciante osservazione: “L’esistenza umana somiglia ad una rappresentazione teatrale che inizia con attori viventi e finisce con automi che indossano gli stessi vestiti.” Cerchiamo la vita e la gioia nel mondo e questa nostra ricerca ci porta morte e sofferenza. Otteniamo proprio il risultato opposto. Questo è ciò che Krishna c’insegna. Oggi viviamo in una cultura basata sulla gratificazione dei sensi che trasforma tutti noi in automi. Solo una controcultura basata sulla realizzazione del sé può liberarci, una cultura che porti ad “una rivoluzione”, come Prabhupada afferma “nella vita empia di una civiltà deviata.”

Ravindra Svarupa Dasa, guru dell’ISKCON e GBC, vive nel tempio di Filadelfia dove si è unito all’ISKCON nel 1971. Si è laureato in religione alla Temple University.

(da Ritorno a Krishna)

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