I PASSATEMPI DEL SANTO NOME
(dal diario di Indradyumna Swami)
Ai primi di marzo ho preso un volo da Los Angeles ad Atlanta da dove sarei dovuto partire per Santiago del Cile. Erano passati tre anni dalla mia ultima visita in Cile ed ero emozionato all’idea di rivedere di nuovo i devoti. Quando l’aereo è atterrato ad Atlanta mi sono diretto verso l’uscita per il volo di Santiago. C’era molta gente e l’unico posto libero era di fronte a una televisione. Il telegiornale parlava di una donna che si era sentita male durante un recente volo interno negli Stati Uniti. La donna aveva chiesto dell’ossigeno a una hostess che apparentemente si era rifiutata di fornirglielo. Poco dopo la donna lo aveva chiesto di nuovo e vedendo le sue condizioni la hostess aveva cercato di somministrargli l’ossigeno ma il dispositivo non funzionava bene. La donna era morta poco dopo. La compagnia aerea si difendeva dalle accuse, ma pareva ovvio che c’era stata della negligenza da parte dei membri dell’equipaggio.
Il servizio televisivo terminava con dei consigli: “Chiamate gli assistenti di volo, date l’ossigeno al paziente e cercate di farlo stare calmo.” “E’ orribile,” ho pensato, “posso solo immaginare quanto brutta possa essere un’esperienza del genere durante un volo aereo.” Non avrei dovuto aspettare molto per capirlo. Salito sull’aereo mi sono seduto al mio posto e mi sono messo a recitare tranquillamente il santo nome con il japa mala. Ero stato trasferito dalla classe economica alla business grazie ai punti accumulati per i miei viaggi frequenti. I passeggeri che erano vicino a me avevano l’aspetto di persone ricche e avevano pagato migliaia di dollari per il volo. Percepivo che la mia presenza li metteva a disagio. Una signora che stava dipingendosi le unghie mi guardò con sospetto.
Quando l’uomo seduto vicino a lei, che stava leggendo il Wall Street Journal, mi diede uno sguardo, scosse la testa con disapprovazione. La signora accanto a me non mi rispose nemmeno quando le chiesi se questo era il suo primo volo per Santiago. Così per non attrarre ancora più l’attenzione, misi via il japa e presi un libro da leggere. All’improvviso l’uomo seduto dall’altro lato del corridoio cominciò a tremare in modo incontrollato. Roteò gli occhi verso l’alto e cominciò a perdere saliva dalla bocca. Il mio primo pensiero fu che stesse avendo un infarto o un ictus. Mi guardai velocemente intorno per vedere se vi fossero delle hostess ma erano andate tutte nella parte posteriore dell’aereo. I passeggeri che erano vicino a me rimasero seduti raggelati dalla paura. La donna che stava dipingendosi le unghie rimase immobile con il pennellino in mano. Il signore che leggeva il quotidiano fissò con orrore l’uomo che adesso stava per cadere dalla poltrona.
Mi ricordai dei consigli che avevano dato in televisione. Balzai in piedi, presi l’uomo e con delicatezza lo appoggiai per terra e gli divaricai le gambe. Cercai di calmarlo, ma stava perdendo coscienza. Guardai gli altri passeggeri che continuavano a fissare la scena con stupore, la loro comoda realtà era stata scossa dalla brutta scena che si presentava dinanzi a loro. Gridai: “Qualcuno chiami una hostess!” La donna che era seduta vicino a me chiuse gli occhi dalla paura, gli altri si girarono verso i finestrini. Sua moglie piangeva. Le chiesi: “E’ epilettico?” “No! No!” mi disse in modo concitato. “E’ sotto cura?” “No! No!” “Ha dei problemi di cuore?” e lei urlò: “Lo salvi la prego!” Suo marito respirava a fatica. Cercai di metterlo in una posizione in modo tale che potesse respirare meglio. Cominciai anche a recitare il santo nome, prima piano poi a voce più alta perché sembrava stesse morendo.
Guardai i passeggeri che immobili fissavano ancora la scena e gridai: “Dell’ossigeno!” Nessuno si mosse. Dovevo fare qualcosa per avere il loro aiuto. Allora mi misi ad urlare: “Gesù santo! Prendete un maledetto apparecchio dell’ossigeno o quest’uomo morirà!” Funzionò. Due uomini balzarono in piedi e corsero verso la cambusa. Dopo qualche secondo arrivarono con la bombola dell’ossigeno. In tre cercammo di farla funzionare e poi io riuscii a mettergli la mascherina sulla bocca. Improvvisamente con la coda dell’occhio vidi alcuni assistenti di volo correre verso di noi. In pochi secondi presero il controllo della situazione, gli diedero l’ossigeno e chiamarono l’assistenza medica. Poi arrivò il capitano e chiese un defibrillatore, un apparecchio che si utilizza nelle situazioni di emergenza durante gli attacchi di cuore. A causa dello spazio ristretto non riuscivo nemmeno a muovermi e così rimasi bloccato nel bel mezzo di questa situazione.
L’uomo continuava a tremare, agitava convulsamente le braccia e faceva delle smorfie di dolore. Essendo incapace di dare ancora dell’aiuto pratico continuai recitare il santo nome a voce alta, così che l’uomo potesse sentirlo. A un certo punto riprese coscienza e i nostri occhi si incontrarono. Volevo dirgli che tutto sarebbe andato bene, ma pensai che non fosse il caso. Mi avvicinai e gli recitai il santo nome a voce ancora più alta sperando che se avesse lasciato il corpo sarebbe stato così fortunato da poter ascoltare i nomi del Signore. Mentre gli assistenti cercavano di aiutarlo continuai a recitare il santo nome. Mi domandavo anche quando sarebbe arrivata una squadra medica. Finalmente dopo quella che sembrava un’eternità arrivarono dei medici. Poi gli infermieri misero l’uomo su una barella e lo portarono via velocemente.
Tornai al mio posto e cominciai a recitare di nuovo il santo nome sul japa. Il mio cuore batteva ancora forte e l’adrenalina mi era salita. Uno steward mi si avvicinò e mi diede un bicchiere d’acqua. Dopo essermi calmato mi guardai intorno. La donna che stava dipingendosi le unghie mi sorrise gentilmente come per dirmi che era grata per quello che avevo fatto. L’uomo del giornale annuì con approvazione. La signora che era seduta vicino a me infine mi disse: “Grazie.” Poco dopo la cabina si chiuse. Ero esausto per quello che era successo e in breve tempo mi addormentai. Al risveglio mi accorsi che eravamo già a metà del viaggio e che quasi tutti i passeggeri stavano dormendo. Mi sedetti nel buio dell’aereo e pensai a quello che era accaduto. “Non possiamo sapere quando una cosa del genere ci capiterà. Di solito sentiamo queste notizie nei mass media e pensiamo che possono capitare solo agli altri. Prego che quando arriverà il mio momento ci sarà qualcuno che reciterà il santo nome anche per me.”
Però più ci pensavo e più capivo che, siccome viaggio spesso da solo, quando dovrò lasciare questo mondo potrei trovarmi da solo o circondato da estranei. E il pensiero mi disturbò. “E se mi succedesse di morire di infarto su un aereo a 10.000 metri di altezza? O magari in un letto, di notte, in qualche Paese lontano? Ma perfino la migliore delle situazioni, circondato da benevoli devoti, può essere imbarazzante. La morte è difficile per tutti. Quando quel momento arriverà spero di venire ricordato per il mio servizio e non per il modo in cui sono morto.” Pensai a una storia che avevo sentito di recente. Era stato chiesto a una persona come era morto il suo amico. La sua risposta era stata: “Non chiedetemi come è morto, chiedetemi come ha vissuto.” Nove ore dopo siamo atterrati a Santiago. Mentre i passeggeri scendevano il capo del personale si avvicinò alla mia poltrona e mi chiese se potevo fermarmi per qualche minuto.
Rimasi seduto pazientemente e quando tutti i passeggeri uscirono ritornò con diversi altri membri dello staff. “Volevamo ringraziarla per il suo intervento tempestivo nell’aiutare quell’uomo. Probabilmente lei gli ha salvato la vita.” “Sono contento di essere stato di aiuto anche se non ho fatto molto, siete stati voi ad avergli dato tutte le cure necessarie.” “La cosa che abbiamo veramente apprezzato è stato l’effetto calmante che lei ha avuto su tutti. Quando stava pregando abbiamo capito che tutto sarebbe andato per il meglio.” “Sì” disse un’altra hostess, “c’era un’atmosfera speciale, così rasserenante. Cosa stava dicendo esattamente?” “Stavo recitando i nomi di Dio. Seguo una tradizione che viene dall’India dove Dio si chiama Krishna. Le antiche Scritture dell’India dicono che ovunque sia recitato o cantato il nome di Dio non c’è più nulla da temere.” “Sì, adesso abbiamo capito anche noi, non è vero?” disse il capo del personale.
Uno steward mi disse: “Sì, e la ringraziamo per quello che ha fatto.” “Non sono stato io,” dissi con un sorriso, “sono stati i santi nomi del Signore, così la prossima volta che succede qualcosa di terribile ricordatevi di recitare Hare Krishna.” Un’altra hostess mi disse: “Può scrivere le parole per noi?” “Sì, certo,” le risposi. Dopo aver scritto per loro il maha mantra su un foglio di carta tornai al mio posto per prendere il bagaglio a mano ma uno steward me lo prese di mano e mi accompagnò personalmente all’uscita dell’aereo. Mentre stavo per passare la dogana per prendere i miei bagagli non ho potuto fare a meno di riempirmi di meraviglia pensando ai passatempi del santo nome. Lo Srimad-Bhagavatam dichiara: “Sukadeva Gosvami continuò: ‘Mio caro re, la recitazione del santo nome del Signore è in grado di sradicare perfino le reazioni dei più grandi peccati. Dunque il movimento del sankirtan è l’attività più propizia per l’intero universo. Per favore cerca di comprendere questo, così che altri possano accettarlo seriamente.”