VERSO 11

ayanesu ca sarvesu
yatha-bhagam avastitah
bhismam evabhiraksantu
bhavantah sarva eva hi

 

ayanesu: nei punti strategici; ca: anche; sarvesu: in tutti i luoghi; yatha-bhagam: differentemente disposti; avastitah: situati; bhismam: al nonno Bhisma; eva: certamente; abhiraksantu: doveste aiutare; bhavantah: voi; sarva: tutti rispettivamente; evahi: certamente.

 

TRADUZIONE

“Tutti voi ora dovete dare pieno sostegno al patriarca Bhisma dai vostri rispettivi posti strategici di accesso alla falange dell’esercito.”

 

SPIEGAZIONE

Ora che ha esaltato il valore di Bhisma, Duryodhana pensa che gli altri combattenti rischino di offendersi sentendo sminuita la loro importanza e tenta di riequilibrare la situazione con la sua consueta diplomazia. Bhisma, come fa notare, è certamente il più grande degli eroi, ma è ormai vecchio, perciò tutti gli altri devono pensare alla sua protezione. Il nemico potrebbe approfittare della sua presenza su un’ala per sferrare un attacco sull’altra. È importante dunque che tutti gli eroi mantengano le loro posizioni strategiche per non dare alcuna possibilità al nemico di penetrare le linee. Duryodhana è convinto che la vittoria dei Kuru dipenda dalla presenza di Bhismadeva e ha piena fiducia nella sua lealtà, come in quella di Dronacarya, di cui ha già avuto prova. Infatti Bhismadeva e Dronacarya non dissero neppure una parola quando Draupadi, la sposa di Arjuna, fece appello al loro senso di giustizia mentre veniva spogliata a forza davanti all’assemblea di tutti i grandi generali. Duryodhana conosce l’affetto che i due generali nutrono per i Pandava, ma spera che essi abbandonino ogni sentimento, come fecero quando Draupadi fu vinta al gioco.

 

 

VERSO 12

tasya sanjanaya harsam
kuru-vriddhah pitamahah
simha-nadam vinadyoccaih
sankham dadhmau pratapavan

 

tasya: sua; sanjanayan: accrescendo; harsam: gioia; kuru-vriddhah: il patriarca della dinastia Kuru (Bhisma); pitamahah: il nonno; simha-nadam: suono ruggente, come quello di un leone; vinadya: vibrando; uccaih: sonoramente; sankham: conchiglia; dadhmau: soffiò; pratapavan: il valoroso.

 

TRADUZIONE

In quel momento Bhisma, il grande e valoroso patriarca della dinastia Kuru, il nonno dei combattenti, soffia con forza nella sua conchiglia che risuona come il ruggito di un leone, allietando il cuore di Duryodhana.

 

SPIEGAZIONE

Il patriarca della dinastia Kuru ha colto il significato profondo delle parole di suo nipote Duryodhana e prova per lui una compassione naturale. Allora, rispondendo alla sua fama di leone, soffia con forza nella sua conchiglia con la speranza di riconfortare Duryodhana. Col simbolo della conchiglia Bhisma fa capire indirettamente al nipote afflitto che non si risparmierà nella lotta perché è suo dovere dirigere il combattimento, anche se non ha alcuna possibilità di vittoria perché ha come nemico Sri Krishna, il Signore Supremo.

 

 

VERSO 13

tatah sankhas ca bheryas ca
panavanaka-gomukhah
sahasaivabhyahanyanta
sa sabdas tumulo ‘bhavat

 

tatah: in seguito; sankhah: conchiglie; ca: anche; bheryah: grandi tamburi; ca: e; panava-anaka: tamburelli e timpani; gomukhah: corni; sahasa: improvvisamente; eva: certamente; abhyahanyanta: simultaneamente risuonando; sah: quel; sabdah: suono combinato; tumulah: tumultuoso; abhavat: diventò.

 

TRADUZIONE

Allora le conchiglie, i tamburi, le trombe, i flicorni e i corni risuonano tutti all’improvviso e il loro suono combinato si fa tumultuoso.

 

 

VERSO 14

tatah svetair hayair yukte
mahati syandane stitau
madhavah pandavas caiva
divyau sankhau pradadhmatuh

 

tatah: in seguito; svetaih: con bianchi; hayaih: cavalli; yukte: essendo aggiogati; mahati: in un grande; syandane: carro; sthitau: situati; madhavah: Krishna (il marito della dea della fortuna); pandavah: Arjuna (il figlio di Pandu); ca: anche; eva: certamente; divyau: trascendentali; sankhau: conchiglie; pradadhmatuh: suonarono.

 

TRADUZIONE

Nell’altro campo, Krishna e Arjuna, in piedi su un grande carro trainato da cavalli bianchi, fanno risuonare le loro conchiglie trascendentali.

 

SPIEGAZIONE

Le conchiglie di Krishna e Arjuna sono dette trascendentali in netto contrasto con quella di Bhisma. Il suono delle loro conchiglie trascendentali indica che non c’è speranza di vittoria per il campo nemico perché Krishna Si trova dalla parte dei Pandava. Jayas tu pandu-putranam yesam pakse janardanah: la vittoria accompagna sempre coloro che, come i figli di Pandu, hanno l’alleanza del Signore. Inoltre, dove c’è Krishna c’è anche la dea della fortuna, perché la dea della fortuna non vive mai da sola, senza suo marito. Fortuna e vittoria attendono dunque Arjuna, come annuncia il suono trascendentale della conchiglia di Visnu, ossia di Krishna. Per di più il carro sul quale si trovano i due amici, Krishna e Arjuna, è un dono di Agni (il dio del fuoco) ad Arjuna, e ciò indica che questo carro può conquistare ogni direzione ovunque sia condotto nei tre mondi.

 

 

VERSO 15

pancajanyam hrisikeso
devatattam dhananjayah
paundram dadhmau maha-sankham
bhima-karma vrikodarah

 

pancajanyam: la conchiglia chiamata Pancajanya; hrisika-isah: Hrisikesa (Krishna, il Signore che guida i sensi dei Suoi devoti); devadattam: la conchiglia chiamata Devadatta; dhanam-jayah: Dhananjaya (Arjuna, il conquistatore della ricchezza); paundram: la conchiglia chiamata Paundra; dadhmau: soffiò; maha-sankham: la conchiglia terrificante; bhima-karma: che compie imprese erculee; vrika-udarah: Bhima, il mangiatore vorace.

 

TRADUZIONE

Krishna soffia nella sua conchiglia, Pancajanya, e Arjuna nella sua, Devadatta; Bhima, il mangiatore vorace dalle imprese erculee, soffia nella sua terrificante conchiglia chiamata Paundra.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore, Sri Krishna, è chiamato qui Hrisikesa perché è il proprietario dei sensi di tutti gli esseri. Gli esseri viventi sono parti integranti del Signore, perciò i loro sensi sono parte dei sensi del Signore. Incapaci di spiegare la presenza dei sensi nell’essere vivente, gli impersonalisti concludono frettolosamente che l’essere è privo di sensi, cioè è impersonale. Situato nel cuore di tutti gli esseri, il Signore dirige i loro sensi secondo il grado di sottomissione che Gli dimostrano. Nel caso del puro devoto, per esempio, Egli guida direttamente. Così, sul campo di battaglia di Kuruksetra, il Signore controlla direttamente i sensi trascendentali di Arjuna, e ciò spiega il Suo nome di Hrisikesa.

Il Signore ha differenti nomi, relativi alle Sue differenti attività. Si chiama Madhusudana, ad esempio, perché ha ucciso il demone Madhu; Govinda perché dà piacere alle mucche e ai sensi di tutti gli esseri; Vasudeva perché apparve come figlio di Vasudeva; Devaki-nandana perché accettò Devaki come Sua madre, e Yasoda-nandana perché con Yasoda manifestò i Suoi divertimenti d’infanzia nel villaggio di Vrindavana. È chiamato anche Partha-sarathi perché conduce ora il carro del Suo amico Arjuna, al quale impartisce sul campo di battaglia le istruzioni che Gli valgono qui il nome di Hrisikesa.

Arjuna, invece, è chiamato in questo verso Dhananjaya, per l’aiuto che diede a suo fratello maggiore (il re Yudhisthira) nel trovare l’enorme fortuna necessaria al compimento di numerosi sacrifici. Quanto a Bhima, egli è soprannominato Vrikodara a causa del suo appetito, formidabile quanto la sua capacità di compiere imprese sovrumane, come l’uccisione del demoniaco Hidimba.
I più grandi capi dell’esercito Pandava fanno risuonare ora le loro conchiglie che, insieme con quella del Signore, incoraggiano vivamente i soldati. Il campo opposto, invece non gode di questi vantaggi: né Krishna la guida suprema, né la dea della fortuna sono presenti. La sconfitta per loro è già segnata: questo è il messaggio annunciato dal suono delle conchiglie.

 

 

VERSI 16-18

anantavijayam raja
kunti-putro yudhisthirah
nakulah sahadevas ca
sughosa-manipuspakau

kasyas ca paramesv-asah
sikhandi ca maha-rathah
dhristadyumno viratas ca
satyakis caparajitah

drupado draupadeyas ca
sarvasah prithivi-pate
saubhadras ca maha-bahuh
sankhan dadhmuh prithak prithak

 

ananta-vijayam: la conchiglia chiamata Ananta-vijaya; raja: il re; kunti-putrah: il figlio di Kunti; yudhisthirah: Yudhisthira; nakulah: Nakula; sahadevah: Sahadeva; ca: e; sughosa-manipuspakau: le conchiglie chiamate Sughosa e Manipuspaka; kasyah: il re di Kasi (Varanasi); ca: anche; maha-rathah: che sa battersi da solo contro migliaia di guerrieri; dhristadyumnah: Dhristadyumna; (il figlio del re Drupada); viratah: Virata (il principe che diede rifugio ai Pandava quando dovettero serbare l’incognito); ca: anche; satyakih: Satyaki (altro nome di Yuyudhana, il conduttore del carro di Krishna); ca: e; aparajitah: che non era mai stato vinto prima; drupada; il re di Pancala; draupadeyah: i figli di Draupadi; ca: anche; sarvasah: tutti; prithivi-pate: o re; saubhadrah: Abhimanyu, il figlio di Subhadra; ca: anche; maha-bahuh: potentemente armato; sankhan: conchiglie; dadhmuh: soffiarono; prithak prithak: ciascuno separatamente.

 

TRADUZIONE

Il re Yudhistira, figlio di Kunti, fa risuonare la sua conchiglia, Ananta-vijaya; Nakula e Sahadeva soffiano nella Sughosa e nella Manipuspaka. Il re di Kasi, celebre arciere, il grande guerriero Sikhandi, Dhristadyumna, Virata e l’invincibile Satyaki, Draupada e i figli di Draupadi, e altri ancora, o re, come figlio di Subhadra, ben armato, tutti fanno risuonare le loro conchiglie.

 

SPIEGAZIONE

Con molto tatto Sanjaya informa Dhritarastra che la sua politica tesa a ingannare i figli di Pandu per installare sul trono i propri figli è poco saggia e lodevole. È chiaro ormai che tutta la dinastia Kuru perirà in questa grande battaglia. Tutti i combattenti sono già condannati, dall’anziano Bhisma fino alla generazione più giovane, quella di Abhimanyu, inclusi i re dei numerosi Stati del mondo che sono presenti sul campo. E il re Dhritarastra, che ha incoraggiato la politica dei suoi figli, è il responsabile dell’imminente catastrofe.

 

 

VERSO 19

sa ghoso dhartarastranam
hridayani vyadarayat
nabhas ca prithivim caiva
tumulo ’bhyanunadayan

 

sah: quella; ghosah: vibrazione; dhartarastranam: dei figli di Dhritarastra; hridayani: i cuori; vyadarayat: fece tremare; nabhah: il cielo; ca: e; prithivim: la superficie terrestre; ca: anche; eva: certamente; tumulah: tumultuosa; abhyanunadayan: risuonando.

 

TRADUZIONE

Il boato di tutte quelle conchiglie diventa tumultuoso. Ripercuotendosi nel cielo e sulla terra fa tremare il cuore dei figli di Dhritarastra.

 

SPIEGAZIONE

Quando Bhisma e gli altri alleati di Duryodhana soffiarono nelle loro conchiglie non ci fu la minima paura nel campo dei Pandava. Al contrario, questo verso mostra che è il ruggito delle conchiglie dei Pandava a far tremare il cuore di Dhritarastra. E se i Pandava incutono tanto terrore al campo nemico, ciò è dovuto solo alla loro totale fiducia in Krishna. Chi si rifugia nel Signore Supremo non ha più niente da temere anche nel mezzo delle più gravi difficoltà.

 

 

VERSO 20

atha vyavasthitan dristva
dhartarstran kapi-dhvajah
pravritte sastra-sampate
dhanur udyamya pandavah
hrisikesam tada vakyam
idam aha mahi-pate

 

atha: in quel momento; vyavasthitan: situato; dristva: osservando; dhartarastran: i figli di Dhritarastra; kapi-dhvajah: colui la cui bandiera porta lo stemma di Hanuman; pravritte: pronto a impegnarsi; sastra-sampate: a scoccare le frecce; dhanuh: arco; udyamya: afferrando; pandavah: il figlio di Pandu (Arjuna); hrisikesam: a Sri Krishna; tada: allora; vakyam: parole; idam: queste; aha: disse; mahi-pate: o re.

 

TRADUZIONE

O re, in quel momento Arjuna il figlio di Pandu, seduto sul suo carro il cui stendardo porta l’emblema di Hanuman, afferra l’arco e si prepara a scoccare le frecce, gli occhi fissi sui figli di Dhritarastra schierati in ordine militare. Poi si rivolge a Krishna con queste parole.

 

SPIEGAZIONE

Il combattimento sta per cominciare. Come abbiamo visto, i figli di Dhritarastra sono più o meno tutti scoraggiati per l’inatteso spiegamento di forze dei Pandava, guidati dalle istruzioni dirette di Sri Krishna sul campo di battaglia. L’emblema di Hanuman che orna lo stendardo di Arjuna è un altro segno di vittoria, perché Hanuman aveva cooperato con Sri Rama nella battaglia contro Ravana, dalla quale Rama uscì vittorioso. Ora Hanuman e Rama sono entrambi sul carro di Arjuna per aiutarlo. Krishna non è altri che Rama, e ovunque c’è Rama c’è anche Hanuman, il Suo eterno servitore, e Sita, la Sua eterna consorte, la dea della fortuna. Arjuna non ha dunque da temere alcun nemico, tanto più che Krishna, il maestro dei sensi, è lì in persona a guidarlo. Arjuna ha dalla sua parte il miglior consigliere militare. Queste condizioni favorevoli, offerte dal Signore a Suo eterno devoto, sono la garanzia di una sicura vittoria.

 

 

VERSI 21-22

arjuna uvaca
senayor ubhayor madhye
ratham sthapaya me ‘cyuta
yavad etan nirikse ham

yoddhu-kaman avasthitan
kair maya saha yoddhavyam
asmin rana-samudyame

 

arjunah uvaca: Arjuna disse; senayoh: degli eserciti; ubhayoh: entrambi; madhye: tra; ratham: il carro; sthapava: poni; me: mio; acyuta: o infallibile; yavat: finché; etan: tutti questi; nirikse: possa vedere; aham: io; yoddhu-kaman: desiderando combattere; avasthitan: schierati sul campo di battaglia; kaih: con chi; maya: da me; saha: insieme; yoddhavyam: devo battermi; asmin: in questo; rana: conflitto; samu-dyame: nel tentativo.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
O infallibile, Ti prego, conduci il mio carro tra i due eserciti affinché io possa vedere chi è presente qui, chi desidera combattere e chi deve affrontare in questa grande prova d’armi.

 

SPIEGAZIONE

Benché Krishna sia Dio, la Persona Suprema, mostrando la Sua misericordia assoluta Si è messo al servizio del Suo amico Arjuna. L’affetto che Egli ha per i Suoi devoti non fallisce mai, perciò qui è definito infallibile. Nel Suo ruolo di conduttore di carro deve obbedire agli ordini di Arjuna, e poiché lo fa senza esitazioni è chiamato infallibile. Ma anche se ha accettato la posizione di conduttore di carro per il Suo devoto, la Sua posizione suprema è sempre fuori dubbio. In ogni circostanza Egli rimane Dio, la Persona Suprema, Hrisikesa, il maestro dei sensi di tutti gli esseri. La relazione tra il Signore e il Suo servitore è molto dolce e trascendentale. Il servitore è sempre pronto a servire il Signore, e il Signore, da parte Sua, cerca sempre l’occasione di servire il Suo devoto. Egli prova una gioia maggiore nel vedere il Suo puro devoto prendere una posizione superiore e darGli ordini piuttosto che comandare di persona. Egli è il maestro, e tutti gli esseri Gli sono subordinati, nessuno Gli è superiore, nessuno può comandarLo; ma vedere un Suo devoto che Gli dà ordini Lo riempie di una gioia spirituale, sebbene Egli rimanga il maestro infallibile in ogni circostanza.
Arjuna, puro devoto del Signore, non ha alcun desiderio di lottare contro i suoi parenti, ma vi è spinto dall’ostinazione di Duryodhana che rifiuta ogni negoziato. Perciò è molto ansioso di vedere chi sono i capi presenti sul campo di battaglia. Naturalmente non è più l’ora di proporre un altro accordo di pace, ma Arjuna vuole vedere i volti dei comandanti nemici per capire fino a che punto essi tengano a impegnarsi in una battaglia che nessuno desidera.

 

 

VERSO 23

yotsyamanan avekse ’ham
ya ete ’tra samagatah
dhartarastriasya durbuddher
yudhe priya-cikirsavah

 

yotsyamanan: coloro che stanno per combattere; avekse: fammi vedere; aham: io; ye: chi; ete: quelli; atra: qui; samagatah: riuniti; dhartarastrasya: per il figlio di Dhritarastra; durbuddheh: malvagio; yuddhe: nel combattimento; priya: bene; cikirsavah: desiderando.

 

TRADUZIONE

Lasciami vedere che sono venuti qui a combattere col desiderio di soddisfare il malvagio figlio di Dhritarastra.

 

SPIEGAZIONE

Non era più un segreto per nessuno il fatto che Duryodhana volesse usurpare il trono dei Pandava con i loschi piani tramati insieme a suo padre Dhritarastra. Tutti quelli che si erano uniti al campo di Duryodhana dovevano dunque essere persone della stessa natura. Arjuna vuole vederli prima che il combattimento abbia inizio per sapere chi sono, ma senza intenzione di proporre loro negoziati di pace. Vuole vederli per valutare le loro forze, anche se ha fiducia nella vittoria perché Krishna è seduto al suo fianco.

 

 

VERSO 24

sanjaya uvaca
evam ukto hriikeso
gudakesena bharata
senayor ubhayor madhye
sthapayitva rathottamam

 

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; evam: così; uktah: rivolto a; hrisikesah: Sri Krishna; gudakesena: da Arjuna; bharata: o discendente di Bharata; senayoh: degli eserciti; ubhayoh: entrambi; madhye: nel mezzo; sthapaytva: ponendo; ratha-uttamam: lo splendido carro.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
O discendente di Bharata, ascoltala la richiesta di Arjuna, Krishna conduce lo splendido carro tra i due eserciti.

 

SPIEGAZIONE

In questo verso Arjuna è chiamato Gudakesa. Gudaka significa sonno, e colui che vince il sonno è chiamato gudakesa. Sonno è anche sinonimo d’ignoranza, perciò Arjuna poté vincere il sonno e l’ignoranza insieme grazie alla sua amicizia con Krishna. Grande devoto del Signore, Arjuna non può dimenticarLo nemmeno per un istante, perché questa è la natura del devoto. Nella veglia o nel sonno un devoto non smette mai di pensare al nome di Krishna, alla Sua forma, alle Sue qualità e ai Suoi divertimenti. Così semplicemente immergendosi in questi pensieri, il devoto di Krishna vince il sonno e l’ignoranza. Questa è la coscienza di Krishna, o samadhi. Essendo Hrisikesa, cioè Colui che dirige i sensi e la mente di ogni essere, Krishna sa il motivo per cui Arjuna vuole portare il carro in mezzo ai due eserciti ed esaudisce la sua richiesta.

 

 

VERSO 25

bhisma-drona-pramukhatah
sarvesam ca mahi-ksitam
uvaca partha pasyaitan
samavetan kurun iti

 

bhisma: nonno Bhisma; drona: il maestro Drona; pramukhatah: davanti a; sarvesam: tutti; ca: anche; mahi-ksitam: i capi del mondo; uvaca: disse; partha: o figlio di Pritha; pasya: osserva; etan: tutti loro; samavetan: riuniti; kurun: i membri della dinastia Kuru; iti:così.

 

TRADUZIONE

Alla presenza di Bhisma, di Drona e di tutti gli altri condottieri di questa mondo, il Signore dice ad Arjuna: “Guarda, Partha, tutti i Kuru sono riuniti qui.”

 

SPIEGAZIONE

Essendo l’anima Suprema situata in ogni essere vivente, Sri Krishna sa perfettamente ciò che preoccupa Arjuna. In questo contesto l’uso della parola “Hrisikesa” indica che il Signore sa tutto. E il nome Partha, “figlio di Kunti, o Pritha” riferito ad Arjuna è anch’esso significativo. Krishna è l’amico di Arjuna e vuole dirgli che Egli accetta di condurre il suo carro perché Arjuna è figlio di Sua zia Pritha, sorella di Suo padre Vasudeva. Ma per quale motivo invita Arjuna a volgere lo sguardo verso i Kuru? Arjuna vorrebbe evitare la battaglia? Non è questo che Krishna Si aspetta dal figlio di Sua zia Pritha, e se gli fa questa osservazione è un po' per scherzo, per mostrargli che conosce bene i suoi pensieri.

 

 

VERSO 26

tatrapasyat sthitan parthah
pitrin atha pitamahan
acaryan matulan bhratrin
putran pautran sakhims tatha
svasuran suhridas caiva
senayor ubhayor api

 

tatra: là; apasyat: poteva vedere; sthitan: presenti; parthah: Arjuna; pitrin: padri; atha: anche; pitamahan: nonni; acaryan: maestri; matulan: zii materni; bhratrin: fratelli; putran: figli; pautran: nipoti; sakhin: amici; tatha: anche; svasuran: suoceri; suhridah: benefattori; ca: anche; eva: certamente; senayoh: tra gli eserciti; ubhayoh: i due; api: compresi.

 

TRADUZIONE

Arjuna vede allora tra le file dei due eserciti i padri, i nonni, i maestri, gli zii materni, e i fratelli, i figli, i nipoti e gli amici, e insieme i suoceri e tutti i suoi benefattori.

 

SPIEGAZIONE

Sul campo di battaglia Arjuna vede uomini che in un modo o nell’altro hanno con lui un legame di parentela. Alcuni appartengono alla generazione di suo padre, come Bhurisrava; altri, come Dronacarya e Kripacarya, furono suoi maestri. Ci sono anche i nonni Bhisma e Somadatta, alcuni zii materni come Salya e Sakuni, fratelli come Duryodhana, figli come Laksmana, amici come Asvatthama e benefattori come Kritavarma. E molti altri amici si trovano là, schierati contro di lui.

 

 

VERSO 27

tan samiksya sa kaunteyah
sarvan bandhun avasthitan
kripaya parayavisto
visidann idam abravit

 

tan: tutti loro; samiksya: dopo aver visto; sah: egli; kaunteyah: il figlio di Kunti; sarvan; ogni genere di; bandhun: parenti; avasthitan: situati; kripaya: da compassione; paraya: di un alto grado; avisah: sopraffatto; visidan: lamentandosi; idam: così; abravit: parlò.

 

TRADUZIONE

Vedendo davanti a sé tutte quelle persone legate a lui da amicizia e parentela in differenti gradi, Arjuna, il figlio di Kunti, è sopraffatto dalla compassione e si rivolge al Signore.

 

 

VERSO 28

arjuna uvaca
dristvemam sva-janam krishna
yuyutsum samupasthitam
sidanti mama gatrani
mukham ca parisusyati

 

arjunah uvaca: Arjuna disse; dristva: dopo aver visto; imam: tutti questi; sva-janam: congiunti; krishna: o Krishna; yuyutsum: tutti in uno spirito di lotta; samupasthitam: presenti; sidanti: tremanti; mama: mie; gatrani: membra del corpo; mukham: bocca; ca: anche; parisusyati: si inaridisce.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
Mio caro Krishna, vedendo parenti e amici schierati davanti a me in tale spirito bellicoso, sento le membra tremare e la bocca inaridirsi.

 

SPIEGAZIONE

Chiunque provi un’autentica devozione per il Signore possiede tutte le qualità delle persone sante e degli esseri celesti, mentre il non devoto è privo di queste qualità, qualunque siano le sue capacità materiali, la sua educazione e la sua cultura. Così, vedendo i parenti e gli amici sul campo di battaglia, Arjuna si sente invadere da una profonda compassione per tutti loro, così decisi a lottare gli uni contro gli altri. Fin dall’inizio egli è pieno di compassione verso i propri soldati, ma ora prova pietà anche per i soldati del campo nemico, dei quali prevede la morte imminente. A questo pensiero le sue membra cominciano a tremare e la sua bocca s’inaridisce; egli si stupisce del desiderio di combattere che hanno i suoi rivali, tutti del suo sangue. Questa ostilità abbatte un devoto generoso come Arjuna, e sebbene qui non sia menzionato, è facile immaginare che non solo le sue membra tremino e la sua bocca si secchi, ma che egli pianga anche di pietà. Questi non sono sintomi di debolezza, ma della sensibilità d’animo che caratterizza il puro devoto del Signore. Infatti è detto:

 

yasyasti bhaktir bhagavaty akincana
sarvair gunais tatra samasate surah
harav abhaktasya kuto mahad-guna
mano-rathenasati dhavato bahih

 

“Colui che ha una ferma devozione per il Signore possiede tutte le qualità degli esseri celesti. Invece, chi non è devoto del Signore non ha che qualificazioni materiali, di poco valore, perché vaga sul piano mentale ed è preda del fascino dell’energia materiale.” (S.B. 5.18.12)

 

 

VERSO 29

vepathus ca sarire me
roma-harsas ca jayate
gandivam sramsate hastat
tvak caiva paridahyate

 

vepathuh: tremito del corpo; ca: anche; sarire: sul corpo; me: mio; roma-harsah: capelli che si rizzano; ca: anche; jayate: sta accadendo; gandivam: l’arco di Arjuna; sramsate: sfugge; hastat: di mano; tvak: la pelle; ca: anche; eva: certamente; paridhyate: brucia.

 

TRADUZIONE

Tutto il mio corpo rabbrividisce, i miei capelli si rizzano, l’arco Gandiva mi scivola dalla mano e la mia pelle brucia.

 

SPIEGAZIONE

Il corpo prende a tremare e i peli si rizzano solo in due casi, cioè durante una grande estasi spirituale o a causa di un grosso spavento dovuto a qualche avvenimento materiale. Non esiste alcun motivo di paura una volta raggiunta la realizzazione spirituale. I sintomi che Arjuna manifesta sono dovuti dunque a una paura di carattere materiale, la paura di perdere la vita. E questo timore si manifesta anche in altri aspetti: per l’agitazione il suo famoso arco Gandiva gli scivola dalle mani e il cuore, infiammandosi, provoca in lui una sensazione di bruciore sulla pelle. Tutto questo è dovuto a una concezione materiale della vita.

 

 

VERSO 30

na ca saknomy avasthatum
bhramativa ca me manah
nimittani ca pasyami
viparitani kesava

 

na: nemmeno; ca: anche; saknomi: sono in grado; avasthatum: restare; bhramati: dimenticando; iva: come; ca: e; me: mia; manah: mente; nimittni: cause; ca: anche; pasymi: vedo; viparitani: contrarie; kesava: o uccisore del demone Kesi (Krishna).

 

TRADUZIONE

O Krishna, uccisore del demone Kesi, non posso più a lungo restare qui. Non sono più padrone di me stesso e la mia mente vacilla. Prevedo solo eventi funesti.

 

SPIEGAZIONE

Arjuna è preso da una tale angoscia che non riesce più a restare sul campo di battaglia e lo sgomento gli fa perdere il controllo di sé. L’eccessivo attaccamento alle cose di questo mondo immerge l’uomo in una situazione confusa. Bhayam dvitiyabhinivesatah syat (S.B. 11.2.37): questa paura e questo squilibrio mentale vincono le persone che si lasciano troppo influenzare dalle condizioni materiali. Arjuna prevede solo avvenimenti funesti; pensa che neppure la vittoria sui nemici potrà renderlo felice. L’uso dell’espressione nimittani viparitani è significativo. L’uomo che vede le sue aspettative frustrate si chiede: “Perché sono qui? Ognuno si interessa solo di se stesso e del proprio benessere. Nessuno è interessato all’Essere Supremo. Per volere di Krishna, Arjuna mostra qui di non conoscere il suo vero interesse. Il vero interesse individuale risiede in Visnu, ossia Krishna. L’anima condizionata dimentica questo principio, perciò subisce le sofferenze materiali. Arjuna è giunto a credere che la vittoria sarà per lui, soltanto fonte di lamenti.

 

 

VERSO 31

na ca sreyo ‘nupasyami
hatva sva-janam ahave
na kankse vijayam krishna
na ca rajyam sukhani ca

 

na: nè; ca: anche; sreyah: bene; anupasyami: prevedo; hatva: uccidendo; sva-janam: i parenti; ahave: nel combattimento; na: nè; kankse: io desidero; vijayam: vittoria; krishna: o Krishna; na: nè; ca: anche; rajyam: regno; sukhani: i piaceri conseguenti; ca: anche.

 

TRADUZIONE

Non vedoche cosa possa portare di buono l’uccisione dei miei parenti in questa battaglia: mio caro Krishna, non desidero neppure la vittoria che ne seguirebbe, il regno o la felicità.

 

SPIEGAZIONE

Senza sapere che il proprio vero interesse risiede in Visnu (Krishna), le anime condizionate cercano relazioni basate sul corpo e non sull’anima, e sperano di trovarvi la felicità. Illuse come sono, dimenticano che anche la felicità materiale viene da Krishna. Arjuna sembra aver dimenticato perfino il codice morale dello ksatriya. Si dice che due categorie di uomini siano degne di raggiungere il sole, astro potente e luminoso: lo ksatriya che cade sul campo di battaglia sotto gli ordini di Krishna in persona, e colui che abbracciando l’ordine di rinuncia consacra completamente la sua vita alla cultura spirituale. Ad Arjuna ripugna dover uccidere i suoi nemici, e tanto più i membri della sua famiglia. Pensando che una volta uccisi non conoscerà più alcuna gioia, Arjuna non vuole combattere, come una persona che non ha appetito non ha alcun desiderio di cucinare perché non ne trarrà alcun piacere. Nella sua disperazione decide di andare a vivere nella solitudine della foresta. Ma uno ksatriya deve possedere un regno per poter vivere, perché non può accettare nessun’altra occupazione. Arjuna invece non ha terre su cui regnare; per lui l’unica possibilità di ottenere un regno è quella di battersi contro i suoi cugini e riconquistare il regno lasciato in eredità da suo padre. Ed è proprio questo che Arjuna rifiuta di fare. Perciò crede di non aver altra scelta che ritirarsi nella foresta per vivere nell’isolamento e nella frustrazione.

 

 

VERSI 32-35

kim no rajyena govinda
kim bhogair jivitena va
yesm arthe kanksitam no
rajyam bhogah sukhani ca

ta ime ’vasthita yuddhe
pranams tyaktva dhanani ca
acaryah pitarah putras
tathaiva ca pitamahah

matulah svasurah pautrah
syalah sambandhinas tatha
etan na hantum icchami
ghnato ’pi madhusudana

api trailokya-rajyasya
hetoh kim nu mahi-krite
nihatya dhartarastran nah
ka pritih syaj janardana

 

kim: che utilità; nah: per noi; rajyena: è il regno; govinda: o Krishna; kim: quale; bhogaih: godimento; jivitena: a vita; va: o; yesam: dei quali; arthe: in favore di; kanksitam: è desiderato; nah: da noi; rajyam: regno; bhoghah: godimento materiale; sukhani: ogni felicità; ca: anche; te: tutti loro; ime: questi; avastitah: situati; yuddhe: su questo campo di battaglia; pranan: vita; tyaktva: abbandonando; dhanani: ricchezze; ca: anche; acaryah: maestri; pitarah: padri; putrah: figli; tatha: come anche; eva: certamente; ca: anche; pitamahah: nonni; matulah: zii materni; svasurah: suoceri; pautrah: nipoti; syalah: cognati; sambabdhinah: parenti; tatha: come; etan: tutti questi; na: mai; hantum: uccidere; iccchami: desidero; ghnatah: essendo ucciso; api: anche; madhusudana: o uccisore del demone Madhu (Krishna); api: anche se; trai-lokya: dei tre mondi; rajyasya: per il regno; hetoh: in cambio; kim nu: che dire di; mahi-krite: per questa terra; nihatya: uccidendo; Dhritarastran: i figli di Dhritarastra; nah: nostro; ka: che; pritih: piacere; syat: ci sarà; janardana: o Krishna, che mantieni tutti gli esseri viventi.

 

TRADUZIONE

O Govinda, a che servono tanti regni, la felicità e la vita stessa, quando coloro per i quali desideriamo tali beni si trovano ora schierati su questo campo di battaglia? O Madhusudana, maestri padri, figli, nonni, zii materni, suoceri, nipoti, cognati e altri parenti, tutti pronti a sacrificare la vita e la proprietà, sono presenti di fronte a me. Perché mai dovrei desiderare di ucciderli, pur sapendo che altrimenti essi ucciderebbero me? O sostegno di tutti gli esseri, non sono pronto a combattere contro di loro neanche in cambio dei tre mondi, che dire di questa Terra. Che vantaggio avremo dall’uccisione dei figli di Dhritarastra?

 

SPIEGAZIONE

Arjuna chiama Krishna “Govinda” perché il Signore è la fonte di ogni piacere per le mucche e per i sensi di tutti gli esseri. Usando questo nome significativo Arjuna indica che Krishna dovrebbe capire ciò che può soddisfare i sensi di Arjuna. Ma Govinda non esiste per il piacere dei nostri sensi, tuttavia se ci sforziamo di allietare i sensi di Govinda automaticamente anche i nostri sensi saranno soddisfatti. Nel mondo materiale tutti vogliono soddisfare i propri sensi e pretendono che Dio sia ai loro ordini per soddisfarli. Ma il Signore risponde alle nostre richieste secondo il nostro merito, non secondo il nostro desiderio. Se invece di cercare la soddisfazione dei nostri sensi, cerchiamo di far piacere ai sensi di Govinda, la Sua grazia appagherà tutti i nostri desideri. La compassione che Arjuna prova per i membri della sua famiglia e della sua comunità, e che gli impedisce di combattere, è una manifestazione del suo profondo affetto per loro. Tutti vogliono mostrare la propria gloria ai parenti e agli amici, ma Arjuna teme di non poterla condividere con loro dopo la vittoria, perché tutti i suoi parenti e i suoi amici moriranno sul campo di battaglia. Questo calcolo è tipico della vita materiale, ma non trova posto nella vita spirituale.

Poiché desidera soddisfare il Signore, il devoto è disposto ad accettare tutte le ricchezze del mondo, se questa è la volontà del Signore, e a usarle per servirLo, ma se il Signore non vuole non accetterà nemmeno un centesimo. Arjuna non vuole uccidere i suoi parenti, e se essi devono assolutamente morire, vuole che Krishna se ne occupi personalmente. Ignora che Krishna li ha già uccisi, ancor prima che si disponessero sul campo di battaglia, e che lui deve diventare solo il suo strumento, come il Signore gli rivelerà nei capitoli seguenti. Arjuna, puro devoto del Signore, non ha alcuna intenzione di vendicarsi dei fratelli e dei cugini miscredenti, ma la loro morte fa parte del piano del Signore. Infatti, il devoto non si vendica mai di un’ingiustizia subita, ma il Signore non tollera che un miscredente offenda il Suo devoto. Il Signore può scusare chi Lo offende personalmente, ma non perdona mai chi fa del male ai Suoi devoti. Perciò il Signore ha deciso di uccidere gli empi, sebbene Arjuna voglia perdonarli.

 

 

VERSO 36

papam evasrayed asman
hatvaitan atatayinah
tasman narha vayam hantum
dhartarastran sa-bandhavan
sva-janam hi katham hatva
sukhinah syama madhava

 

papam: peccati; eva: certamente; asrayet: potrebbero abbattersi su; asman: noi; hatva: uccidendo; etan: tutti questi; atatavinah: aggressori; tasmat: perciò; na: mai; arhah: meritando; vayam: noi; hantum: uccidere; dhartarastran: i figli di Dhritarstra; sa-bandhavan: con gli amici; svajanam: parenti; hi: certamente; katham: come; hatva: uccidendo; sukhinah: felici; syama: diventeremo; madhava: o Krishna, marito della dea della fortuna.

 

TRADUZIONE

Saremo sopraffatti dalla colpa se uccidiamo i nostri aggressori. Non è degno di noi uccidere i figli di Dhritarastra e i nostri amici. Che cosa ne ricaveremo, o Krishna, marito della dea della fortuna, e come potremo essere felici dopo aver ucciso i nostri stessi parenti?

 

SPIEGAZIONE

Secondo i Veda esistono sei categorie di aggressori: 1) chi avvelena una persona, 2) chi incendia la casa altrui, 3) chi occupa la terra altrui, 4) chi saccheggia le ricchezze altrui, 5) chi assale con armi micidiali, e 6) chi rapisce la moglie di un altro. Uccidere tali aggressori non è un peccato, ma un dovere che non ammette esitazioni. Per una persona comune è normale uccidere questi aggressori, ma Arjuna non è un uomo comune. Egli è virtuoso per natura e vuole agire misericordiosamente verso i suoi nemici. Questo genere di santità non si addice però a uno ksatriya.

Un capo di Stato ha il dovere di essere santo ma non codardo. Sri Rama, per esempio, era così puro che ancora oggi tutti vorrebbero vivere nel regno di Rama, il rama-rajya; ma non mostrò mai segno di codardia, e quando Ravana Lo aggredì col rapimento della Sua sposa, Sita, Rama gli diede una lezione senza pari nella storia del mondo. Nel caso di Arjuna bisogna naturalmente considerare il carattere particolare dei suoi aggressori; si trattava di suo nonno, del suo precettore, degli amici, dei figli e dei nipoti. Perciò Arjuna pensa di non dover prendere contro di loro le severe misure prescritte normalmente per gli aggressori. Inoltre le Scritture ingiungono agli uomini santi di accordare sempre il perdono, in qualsiasi circostanza. Tali ingiunzioni destinate alle persone sante sono più rilevanti di qualsiasi emergenza politica. Gli sembra dunque più importante essere santo e religioso e perdonare piuttosto che uccidere i suoi parenti per ragioni politiche. Quale profitto trarrebbe dalla loro morte? Dopotutto, i piaceri del regno sono temporanei; perché dunque rischiare la vita e la salvezza eterna uccidendo i propri parenti? Qui Arjuna si rivolge a Krishna chiamandolo Madhava, il marito della dea della fortuna, per fargli notare che Lui non dovrebbe impegnarlo in un combattimento che sarà la causa della sua sfortuna. Ma Krishna non è mai causa di sfortuna per nessuno, tantomeno per i Suoi devoti.

 

 

VERSI 37-38

yady apy ete na passyanti
lobhopahata-cetasah
kula-ksaya-kritam dosam
mitra drohe ca patakam

katham na jneyam asmabhih
papad asman nivartitum
kula-ksaya-kritam dosam
prapasyadbhir janardana

 

yadi: se; api: anche; ete: essi; na: non; pasyanti: vedono; lobha: avidità; upahata: sotto la morsa della; cetasah: i loro cuori; kula-ksaya: uccidendo la famiglia; kritam: fatto; dosam: errore; mitra-drohe: in contesa con amici; ca: anche; patakam: reazioni colpevoli; katham: perché; na: non dovrebbe; jneyam: essere conosciuto; asmabhih: da noi; papat: per il peccato; asmat: questi; nivartitum: cessare; kula-ksaya: nella distruzione di una dinastia; kritam: fatto; dosam: crimine; prapasyadbhih: da coloro che possono vedere; janardana: o Krishna.

 

TRADUZIONE

O Janardana, se questi uomini accecati dalla cupidigia non vedono alcuna colpa nel distruggere la loro famiglia o nel lottare contro gli amici, perché mai noi, che in questo atto riconosciamo il crimine, dovremmo impegnarci in azioni colpevoli?

 

SPIEGAZIONE

Uno ksatriya non può rifiutare una sfida al gioco o in battaglia, Sfidato da Duryodhana, Arjuna non può evitare di combattere anche se pensa che i suoi rivali siano incapaci di prevedere le conseguenze di una simile sfida. Lui invece ne prevede le conseguenze e per questo motivo non vuole accettare la sfida. Un impegno è obbligatorio quando il risultato è positivo, ma se il risultato non lo è nessuno deve sentirsi obbligato. Considerati i pro e i contro, Arjuna decide di non battersi.

 

 

VERSO 39

kula-ksaye pranasyanti
kula-dharmah sanatanah
dharme naste kulam kritsnam
adharmo’bhibhavaty uta

 

kula-ksaye: distruggendo la famiglia; pranasyanti: sono annientate: kula-dharmah: le tradizioni familiari; sanatanah: eterne; dharme: religione; naste: essendo distrutta; kulan: famiglia; kritsnam: intera; adharmah: irreligione; abhibhavati: trasforma; uta: è detto.

 

TRADUZIONE

Con la distruzione della dinastia crolla l’eterna tradizione familiare; in questo modo i discendenti della famiglia rimangono coinvolti in pratiche contrarie alla religione.

 

SPIEGAZIONE

L’istituzione del varnasrama-dharma comprende molti princìpi religiosi che hanno la funzione di aiutare i componenti di una famiglia ad acquisire forza e saggezza e ad assimilare i valori spirituali. Nella famiglia sono gli anziani che hanno la responsabilità di controllare l’applicazione di questi metodi purificatori. La morte degli anziani rischia d’interrompere queste tradizioni familiari di purificazione e ciò condurrebbe i più giovani a sviluppare abitudini irreligiose e a perdere così ogni possibilità di salvezza spirituale. Perciò gli anziani della famiglia non devono mai essere uccisi, per nessuna ragione.

 

 

VERSO 40

adharmabhibhavat krishna
pradusyanti kula-striyah
strisu dustasu varsneya
jayate varna-sankarah

 

adharma: irreligione; abhibhavat: essendo diventata predominante; krishna: o Krishna; pradusyanti: si degradano; kula-striyah: le madri di famiglia; strisu: per la condizione della donna; dustasu: degradata; varsneya: o discendente di Vrisni; jayate: si produce; varna-sankarah: una progenie indesiderata.

 

TRADUZIONE

O Krishna, quando nella famiglia predomina l’irreligione, le donne si corrompono e dalla loro degradazione, o discendente di Vrisni, nasce una prole indesiderata.

 

SPIEGAZIONE

Una popolazione sana è fondamentale per la pace, per la prosperità e il progresso spirituale della società umana. I princìpi religiosi del varnasrama furono stabiliti allo scopo di far prevalere una buona popolazione nella società ai fini del progresso spirituale dello stato e della comunità. La purezza di un popolo dipende dalla castità e dalla fedeltà delle donne. Come un bambino si lascia facilmente sviare, così una donna ha la tendenza a lasciarsi corrompere, perciò entrambi hanno bisogno della protezione degli anziani della famiglia. Se le donne sono impegnate nelle varie pratiche religiose non saranno spinte all’adulterio. Secondo Canakya Pandita, le donne non sono generalmente molto intelligenti, perciò non si può dare loro piena fiducia. Ma se la loro castità e devozione sono protette con attività pie e col rispetto delle tradizioni familiari, esse non si lasceranno trascinare nell’adulterio e procreeranno una discendenza virtuosa, idonea a far parte del varnasrama-dharma. Se questo sistema sociale non viene rispettato, le relazioni assidue tra uomini e donne conducono all’adulterio, col rischio di generare una popolazione indesiderata. Uomini irresponsabili provocano l’adulterio è una prole indesiderata invade la società, col rischio di guerre e epidemie.

 

 

VERSO 41

sankaro narakayaiva
kula-ghnanam kulasya ca
patanti pitaro hy esam
lupta-pindodaka-kriyah

 

sankarah: tale prole indesiderata, narakaya: fatta per una vita infernale; eva: certamente; kula-ghnanam: per coloro che uccidono la famiglia; kulasya: per la famiglia; ca: anche; patanti: caduta: pitarah: antenati; hi: certamente; esam: di loro; lupta: interrotta; pinda: di offerte di cibo; udaka: e acqua; kriyah: il compimento.

 

TRADUZIONE

L’aumento di una popolazione indesiderata è certamente causa di una vita infernale per la famiglia e per coloro che ne distruggono la tradizione. Gli antenati di queste famiglie corrotte si degradano perché le offerte di cibo e d’acqua a loro vantaggio vengono completamente interrotte.

 

SPIEGAZIONE

Secondo le norme che regolano le attività interessate, è necessario offrire periodicamente acqua e cibo agli antenati della famiglia. Questa offerta è compiuta offrendo il cibo a Visnu, poiché mangiando gli alimenti offerti a Visnu l’uomo può liberarsi dalle conseguenze di tutti i suoi atti colpevoli. Forse i nostri antenati soffrono ancora delle conseguenze dei loro peccati, forse non possono neppur ottenere un corpo materiale grossolano e sono costretti a rimanere nel loro corpo sottile come fantasmi. Perciò quando i discendenti offrono i resti del prasadam (cibo offerto a Visnu) gli antenati, permettono loro di sfuggire a queste condizioni miserevoli. Questo servizio agli antenati è una tradizione familiare, e tutti coloro che non s’impegnano nel servizio di devozione a Dio sono tenuti a eseguirlo. Invece, chi s’impegna nel servizio di devozione a Dio non ha il dovere di compiere questo rito perché con i suoi atti devozionali può liberare da ogni sofferenza migliaia di antenati. Lo Srimad-Bhagavatam afferma:

 

devarsi-bhutapta-nrinam pitrinam
na kinkaro nayam rini ca rajan
sarvatmana yah saranam saranyam
gato mukundam parihritya kartam

 

“Chiunque, lasciando ogni legame, prenda rifugio ai piedi di loto di Mukunda — Colui che dà la liberazione — e s’impegni seriamente sulla via della devozione, non ha più doveri nè obblighi verso gli esseri celesti, i saggi, la famiglia, gli antenati, l’umanità e gli esseri in generale.” (S.B. 11.5.41) È sufficiente impegnarsi nel servizio devozionale a Dio, la Persona Suprema, per adempiere automaticamente tutti questi doveri.

 

 

VERSO 42

dosair etaih kula-ghnanam
varna-sankara-karakaih
utsadyante jati-dharmah
kula-dharmas ca sasvatah

 

dosaih: per tali colpe; etaih: tutti questi; kula-ghnanam: dei distruttori della famiglia; varna-sankara: di figli non desiderati; karakaih: che sono causa; utsadyante: sono annientati; jati-dharmah: i progetti della comunità; kula-dharmah: tradizioni familiari; ca: anche; sasvatah: eterni.

 

TRADUZIONE

A causa delle azioni malvagie di coloro che distruggono la tradizione familiare e danno nascita a una prole indesiderata, tutti i progetti di vita in comune e le attività tese al benessere della famiglia vanno in rovina.

 

SPIEGAZIONE

Le quattro classi della società umana e le attività tese al benessere della famiglia sono stabilite nel varnasrama-dharma (detto anche sanatana-dharma) con lo scopo di permettere agli uomini di raggiungere la salvezza suprema. Quando capi di stato irresponsabili rompono la tradizione del sanatana-dharma la società cade nel caos, e la gente dimentica che il fine ultimo della vita è Visnu. Questi dirigenti sono ciechi, e coloro che li seguono finiranno certamente nel caos.

 

 

VERSO 43

utsanna-kula-dharmanam
manusyanam janardana
narake niyatam vaso
bhavatity anususruma

 

utsanna: distrutte; kula-dharmanam: di coloro che hanno le tradizioni familiari; manusyanam: di tali uomini; janardana: o Krishna; narake: nell’inferno; niyatam: sempre; vasah: residenza; bhavati: accade che; iti: così; anususruma: ho saputo da fonte autorizzata.

 

TRADUZIONE

O Krishna, sostegno del popolo, so fonte autorizzata che coloro che distruggono le tradizioni familiari vivono per sempre all’inferno.

 

SPIEGAZIONE

Gli argomenti presentati da Arjuna non sorgono da un’esperienza personale, ma da ciò che ha sentito da fonti autorizzate. Questo è il modo per ottenere la vera conoscenza. Non è possibile raggiungere la vera conoscenza senza l’aiuto della persona che la possiede già perfettamente. Secondo il varnasrama-dharma, prima di morire l’uomo deve sottoporsi a un procedimento di espiazione destinato a purificarlo dalle sue attività colpevoli. Chi commette sempre attività peccaminose deve avvantaggiarsi del metodo di espiazione detto prayascitta, altrimenti sarà costretto a rinascere su un pianeta infernale, dove condurrà una vita assai miserevole come risultato delle sue azioni colpevoli.

 

 

VERSO 44

aho bata mahat papam
kartum vyavasita vayam
yad rajya-sukha-lobhena
hantum sva-janam udyatah

 

aho: ahimè; bata: com’è strano; mahat: grandi; papam: colpe; kartum: compiere; vyavasitah: siamo decisi; vayam: noi; yat: perché; rajya-sukha-lobhena: per la brama dei piaceri della sovranità; hantum: uccidere; sva-janam: i parenti; udyatah: tentando.

 

TRADUZIONE

Ahimè, non è strano che ci apprestiamo a commettere crimini così gravi? Spinti dal desiderio di godere del piacere della sovranità, siamo sul punto di uccidere i nostri stessi parenti.

 

SPIEGAZIONE

Motivi egoistici possono spingere l’uomo a commettere gravi peccati, come l’uccisione del proprio fratello, del padre o della madre. La storia ce ne offre numerosi esempi. Ma Arjuna, un santo devoto del Signore, è sempre consapevole dei princìpi morali e si preoccupa di evitare azioni di questa natura.

 

 

VERSO 45

yadi mam apratikaram
asastram sastra-panayah
dhartarastra rane hanyus
tan me ksemataram bhavet

 

yadi: anche se; mam: me; apratikaram: senza resistere; asastram: senza essere pienamente equipaggiato; sastra-panayah: quelli con le armi in pugno; dhartarastrah: i figli di Dhritarastra; ran: sul campo di battaglia; hanyuh: possano uccidere; tat: che; me: per me; ksema-taram: meglio; bhavet: sarebbe.

 

TRADUZIONE

Preferirei piuttosto essere ucciso sul campo di battaglia per mano dei figli di Dhritarastra, disarmato e senza opporre resistenza.

 

SPIEGAZIONE

I princìpi militari dello ksatriya ingiungono di non attaccare un nemico disarmato o che rifiuta la lotta. Ma in questa difficile situazione Arjuna rifiuta la lotta anche se è attaccato. Egli non tiene conto dell’immenso desiderio di combattere che anima il nemico. Il suo atteggiamento nasce da una grande bontà, che è il sintomo della sua grande devozione per il Signore.

 

 

VERSO 46

sanjaya uvaca
evam ukvarjunah sankhye
rathopastha upavisat
visriya sa-saram capam
soka-samvigna-manasah

 

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; evam: così; uktva: dicendo; arjunah: Arjuna; sankhye: nella battaglia; ratha: del carro; upasthe: sul seggio; upavisat: si sedette di nuovo; visrjya: mettendo da parte; sa-saram: con le frecce; capam: l’arco; soka: dal lamento; samvigna: oppressa; manasah: nella mente.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
Dopo aver così parlato sul campo di battaglia, Arjuna lascia cadere l’arco e le frecce e si diede nuovamente sul carro con la mente oppressa dal dolore.

 

SPIEGAZIONE

Mentre osservava l’esercito nemico, Arjuna stava in piedi sul carro, ma ora è afflitto da un dolore così grande che si siede di nuovo mettendo da parte l’arco e le frecce. Soltanto chi è un devoto del Signore e possiede la grandezza e la sensibilità d’animo di Arjuna è degno di ricevere la conoscenza spirituale.

 

Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul primo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Sul campo di battaglia di Kuruksetra.”

 

 

 

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