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CAPITOLO 2
Sintesi del contenuto
sanjaya uvaca sanjayah uvaca: Sanjaya disse; tam: ad Arjuna; tatha: così; kripaya: dalla compassione; avisam: sopraffatto; asru-purna-akula: pieno di lacrime; iksanam: occhi; visidantam: lamentando; idam: queste; vakyam: parole; uvaca: disse; madhu-sudanah: l'uccisore di Madhu.
TRADUZIONE Sanjaya disse:
SPIEGAZIONE La compassione per il corpo, i lamenti
e le lacrime sono segni che rivelano l'ignoranza del nostro
vero sé. Solo per l'anima eterna ha compassione colui che
è cosciente del suo vero sé. Il nome Madhusudana è significativo
in questo verso. Ci ricorda che Sri Krishna ha ucciso il demone
Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida il demone del dubbio,
da cui fu assalito al momento di compiere il suo dovere. Nessuno
sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui vestiti di un uomo
che sta annegando non ha significato. Sarebbe assurdo, per salvare
un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto. Non si può quindi
salvare un uomo che affoga nell'oceano dell'ignoranza
se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico,
che è solo un vestito. Ignorare l'esistenza dell'anima
e impietosirsi per il corpo è proprio del sudra, colui
che si lamenta senza ragione. Arjuna era uno ksatriya,
e nessuno si sarebbe aspettato da lui un simile comportamento. Ma
Sri Krishna può dissipare facilmente l'illusione dell'uomo
ignorante ed è a questo fine che Egli ha esposto la filosofia della
Bhagavad-gita.
sri-bhagavan uvaca
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; kutah: da dove; tva: a te; kasmalam: impurità; idam: questo lamento; visame: in questo momento difficile; samupasthitam: arrivata; anarya: persone che non conoscono il valore della vita; justam: messo in pratica; asvargyam: che non guida ai pianeti superiori; akirti: infamia; karam: la causa di; arjuna: o Arjuna.
TRADUZIONE Dio, la Persona Suprema, disse:
SPIEGAZIONE Krishna
è Dio, la Persona Suprema, perciò nel corso della Bhagavad-gita
sarà chiamato con nome di Bhagavan, che designa l'aspetto supremo
della Verità Assoluta. vadanti tat tattva-vidas "La realizzazione della Verità Assoluta comporta tre stadi, che sono conoscibili da colui che l'ha attuata fino in fondo. Questi tre aspetti—Brahman, Paramatma e Bhagavan— formano un Essere Unico." (S.B. 1.2.11) Per illustrare questi tre aspetti della
realizzazione della Verità Assoluta prendiamo l'esempio del
sole, che possiede anch'esso tre aspetti: i raggi, la superficie
e l'astro in sè. Il neofita studia solo i raggi, lo studente
più istruito esamina la superficie, mentre il più avanzato riesce
a entrare nell'astro stesso. Lo studente comune che si accontenta
di studiare la luce del sole come presenza diffusa, cioè l'irradiamento
impersonale del sole, può essere paragonato a colui che riesce a
realizzare solo l'aspetto Brahman della Verità Assoluta. Lo
studente più avanzato, invece, giunge a osservare il disco solare,
che corrisponde all'aspetto Paramatma della Verità Assoluta,
mentre lo studente capace di entrare nel cuore dell'astro
corrisponde a colui che ha realizzato l'aspetto personale
della Verità Assoluta. Sebbene coloro che cercano la Verità abbiano
tutti il medesimo oggetto di studio, i bhakta sono gli
spiritualisti più avanzati perché conoscono Bhagavan, cioè l'aspetto
supremo della Verità Assoluta. I raggi, il disco solare e la vita
sull'astro sono intimamente connessi tra loro, ma costituiscono
tre campi di studio differenziati secondo i tre livelli di comprensione. isvarah paramah krishnah "Ci sono molte persone che possiedono le qualità di Bhagavan, ma Krishna è il Supremo e nessuno può superarLo. Egli è Govinda, il Signore originale, la causa di tutte le cause, e il Suo corpo è eterno, pieno di conoscenza e felicità." (Brahma-samhita 5.1) Lo Srimad Bhagavatam, che elenca un grande numero di avatara e di emanazioni plenarie del Signore, dichiara che Krishna è la Persona Suprema e originale, da cui emanano tutti gli avatara e tutte le manifestazioni divine: ete camsa-kalah pumsah "Ogni manifestazione divina è un'emanazione
plenaria di Dio oppure un'emanazione parziale di questa emanazione
plenaria, ma Krishna è Dio, la Persona Suprema." (S.B.
1.3.28)
klaibyam ma sma gamah partha klaibyam: impotenza; ma sma: non; gamah: accetta; partha: o figlio di Pritha; na: mai; etat: questa; tvayi: di te; upapadyate: è degna; ksudram: molto poco; hridaya: del cuore; daurbalyam: debolezza; tyatva: abbandonando; uttistha: alzati; param-tapa: o vincitore del nemico.
TRADUZIONE O figlio di Pritha, non cedere a questa umiliante impotenza. Non ti si addice. Abbandona questa meschina debolezza di cuore, o vincitore del nemico, e alzati.
SPIEGAZIONE Chiamandolo "figlio di Pritha", Krishna vuole sottolineare il legame di parentela che Lo unisce ad Arjuna, perché Pritha è la sorella di Suo padre Vasudeva. Il figlio di un brahmana se non è virtuoso, così il figlio di uno ksatriya non deve mai rifiutarsi di combattere se vuole essere riconosciuto come ksatriya; se il primo è un empio e il secondo un codardo, entrambi saranno indegni del loro padre. Krishna non vuole che il Suo caro amico Arjuna sia considerato indegno del padre ksatriya, perciò, salito sul suo carro, è pronto a dargli i Suoi consigli. Ma se Arjuna non saprà trarre vantaggio dai consigli del Signore e abbandonerà la lotta, si macchierà di un atto infame. Krishna aggiunge quindi che questo comportamento di Arjuna può scusarsi adducendo la sua venerazione per il rispettabile Bhisma e per i suoi parenti, ma Krishna considera questa magnanimità una mera forma di debolezza. Questa falsa magnanimità non è affatto conforme alle Scritture. La presunta non violenza di Arjuna è quindi del tutto fuori posto, e seguendo le direttive di Krishna egli dovrebbe rinunciarvi.
arjuna uvaca arjunah uvaca: Arjuna disse; katham: come; bhismam: Bhisma; aham: io; sankhye: nel combattimento; dronam: Drona; ca: anche; madhusudana: o uccisore di Madhu; isubhih: con frecce; pratiyotsyami: contrattaccherò; puja-arhau: coloro che sono degni di adorazione; ari-sudana: o uccisore del nemico.
TRADUZIONE Arjuna disse:
SPIEGAZIONE In qualsiasi circostanza uomini rispettabili come Bhisma, il nonno di Arjuna, e Dronacarya, il suo maestro, rimangono degni di venerazione. Perfino se attaccano, non conviene rispondere alle loro provocazioni. Come regola generale, nessuno dovrebbe mai scontrarsi con gli anziani, neppure verbalmente; anche se manifestano una certa asprezza nel loro comportamento, non bisogna mai trattarli duramente. Come contrattaccare quando il nemico è composto proprio dai nostri maestri? Combatterebbe Krishna contro Suo nonno Ugrasena o contro il Suo maestro, Sandipani Muni? Queste sono alcune obiezioni di Arjuna.
gurun ahatva hi mahanubhavan gurun: i superiori; ahatva: non uccidendo; hi: certamente; maha-anubhavan: grandi anime; sreyah: è preferibile; bhoktum: godere della vita; bhaiksyam: elemosinando; api: perfino; iha: in questa vita; loke: in questo mondo; hatva: uccidendo; artha: guadagno; kaman: desiderando; tu: ma; gurun: superiori; iha: in questo mondo; eva: certamente; bhunjiya: deve godere di; bhogan: ciò di cui si può godere; rudhira: sangue; pradigdhan: tinto di.
TRADUZIONE Meglio vivere in questo mondo mendicando piuttosto che vivere al prezzo della vita di grandi anime, quali i miei maestri. Sebbene avidi di guadagni materiali, essi sono pur sempre i nostri superiori. Se li uccidiamo, tutto ciò di cui potremo godere sarà macchiato di sangue.
SPIEGAZIONE Secondo le Scritture, un maestro è rinnegato se commette atti abominevoli o se non è più capace di discernere il bene dal male. Bhisma e Drona si trovano proprio in questa situazione. Infatti, hanno creduto di doversi unire a Duryodhana solo perché costui provvedeva ai loro bisogni, ma non avrebbero mai dovuto accettare un tale compromesso unicamente per ragioni di denaro. Un atto simile li ha resi indegni del rispetto che si deve portare ai maestri. Ma Arjuna, che li considera sempre suoi maestri, pensa che beneficiare di beni materiali alla loro morte significhi godere di una felicità insanguinata.
na caitad vidmah kataran no gariyo na: nè; ca: anche; etat: questo; vidmah: sappiamo; katarat: quale; nah: per noi; gariyah: meglio; yat va: se; jayema: conquistiamo; yadi: se; va: o; nah: noi; jayeyuh: essi conquistano; yan: coloro che; eva: certamente; hatva: uccidendo; na: mai; jijivisamah: vogliamo vivere; te: di tutti loro; avastitah: sono situati; pramukh: davanti; dhartarastrah: i figli di Dhritarastra.
TRADUZIONE Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se uccidessimo i figli di Dhritarastra, non avremmo più alcun desiderio di vivere; eppure essi sono qui, schierati di fronte a noi sul campo di battaglia.
SPIEGAZIONE Arjuna non sa se deve combattere e commettere inutili violenze, pur sapendo che combattere è il dovere di uno ksatriya, o se deve ritirarsi e vivere mendicando. Se non vincesse il nemico, mendicare sarebbe l'unica possibilità di sopravvivenza per lui. Non è neppure sicuro della vittoria, perché le forze dei due eserciti si equivalgono. E anche se la vittoria attendesse i Pandava, la cui causa è perfettamente giusta, sarebbe un grande dolore vivere dopo la scomparsa dei figli di Dhritarastra. Se tutti morissero in battaglia, anche la vittoria sarebbe sconfitta. Queste riflessioni di Arjuna provano che egli non è soltanto un grande devoto del Signore, ma anche un uomo illuminato dalla conoscenza spirituale e dotato di un perfetto controllo della mente e dei sensi. Sebbene egli sia di sangue reale, il suo desiderio di vivere mendicando è un altro segno del suo distacco. La sua virtù è autentica ed è rafforzata dalla fiducia negli insegnamenti di Krishna, il suo maestro spirituale. Arjuna è dunque perfettamente degno di essere liberato dalla materia. Se non diventa maestro dei sensi l'uomo non può elevarsi al piano della conoscenza, e senza devozione e conoscenza non è possibile raggiungere la liberazione. Oltre a grandi meriti materiali, Arjuna possiede tutte queste qualità spirituali.
karpanya-dosopahata-svabhavah karpanya: di miseria; dosa: per la debolezza; upahata: essendo afflitto; sva-bhavah: caratteristiche; pricchami: io chiedo; tvam: a Te; dharma: religione; sammudha: confuso; cetah: nel cuore; yat: quale; sreyah: bene; syat: può essere; niscitam: in confidenza; bruhi: di; tat: ciò; me: a me; sisyah: discepolo; te: Tuo; aham: sono; sadhi: istruisci; mam: me; tvam: a Te; prapannam: arreso.
TRADUZIONE Ora sono confuso sul mio dovere e ho perso la calma a causa di una debolezza meschina. In questa condizione Ti chiedo di dirmi chiaramente ciò che è meglio per me. Ora sono Tuo discepolo e un'anima sottomessa a Te. Istruisci, Ti prego.
SPIEGAZIONE Il complesso sistema delle azioni materiali,
dominate dalle leggi della natura, lascia l'uomo perplesso.
Ogni passo nella vita solleva nuovi interrogativi. È necessario
dunque avvicinare un maestro spirituale autentico, capace di aiutarci
a compiere la missione della nostra esistenza. Tutti gli Scritti
vedici consigliano di avvicinare un maestro spirituale autentico
per liberarci dalla confusione che nostro malgrado ci turba, come
un fuoco divampato all'improvviso in una foresta, che nessuno
ha provocato o voluto. La vita in questo mondo ci opprime con ogni
sorta di complicazioni in modo imprevisto e contro la nostra volontà.
Gli Scritti vedici consigliano dunque di cercare la soluzione dei
nostri problemi con l'aiuto di un maestro spirituale che appartiene
a una successione autentica di maestro spirituale che appartiene
a una successione autentica di maestri e di maestri e di comprendere
perfettamente la scienza che ci presenta. Poiché il maestro spirituale
può trasmettere al discepolo la conoscenza perfetta, è bene avvalersi
del suo aiuto piuttosto che rimanere perplessi e confusi di
fronte ai problemi dell'esistenza. Ecco l'insegnamento
di questo verso.
na hi prapasyami mamapanudyad na: non; hi: certamente; prapasyami: vedo; mama: mio; apanudyat: può allontanare; yat: questo; sokam: lamento; ucchosanam: che sta inaridendo; indriyanam: i sensi; avapya: raggiungendo; bhumau: sulla Terra; asapatnam: senza rivali; riddham: prospero; rajyam: regno; suranam: degli esseri celesti; api: perfino; ca: anche; adhiptyam: supremazia.
TRADUZIONE Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla Terra ottenessi un regno prospero e senza uguali e una sovranità simile a quella dei deva sui pianeti celesti.
SPIEGAZIONE Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non può risolvere il suo vero problema senza l'aiuto del suo maestro spirituale, Sri Krishna. Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue perplessità senza l'aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La conoscenza accademica, l'erudizione e il prestigio non servono a risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico, perché può risolvere tutti problemi dell'esistenza. Sri Caitanya Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale: kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene naya "Non importa se una persona è un vipra esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato nell'ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il maestro spirituale perfetto e autentico." (Caitanya-caritamrita, Madhya 8.128) Nessuno è un maestro spirituale autentico se non conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche insegnano: sat-karma-nipuno vipro "Anche un brahmana erudito,
esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro
spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce perfettamente
la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui che è cosciente
di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se proviene da
una classe sociale inferiore." (Padma Purana)
sanjaya uvaca sanjayah uvaca: Sanjaya disse; evam: così; uktva: parlando; hrisikesam: a Krishna, il maestro dei sensi; gudakesah: Arjuna, il maestro che vince l'ignoranza; parantapah: il vincitore dei nemici; na yotsye: non combatterò; iti: perciò; govindam: a Krishna, l'elargitore del piacere dei sensi; uktva: dicendo; tusnim: silenzioso; babhuva: diventò; ha: certamente.
TRADUZIONE Sanjaya disse:
SPIEGAZIONE Dhritarastra è certamente molto soddisfatto
di sapere che Arjuna, invece di combattere, si prepara a lasciare
il campo di battaglia per condurre una vita da mendicante; ma grande
è la sua delusione quando sente Sanjaya che chiama Arjuna "Parantapa",
"colui che ha il potere di uccidere i suoi nemici".
tam uvaca hrisikesah tam: a lui; uvaca: disse; hrisikesah: il maestro dei sensi, Krishna ; prahasan: sorridendo; iva: così; bharata: o Dhritarastra, discendente di Bharata; senayoh: eserciti; ubhayoh: dei due; madhye: tra; visidantam: a colui che si lamenta; idam: le seguenti; vacah: parole.
TRADUZIONE O discendente di Bharata, in quel momento Krishna, tra i due eserciti, Si rivolge sorridendo all'infelice Arjuna.
SPIEGAZIONE Questo dialogo si svolge tra due amici intimi: Hrisikesa e Gudakesa. Come amici, la loro posizione è uguale, ma uno è diventato volontariamente discepolo dell'altro. Krishna sorride vedendo che il Suo amico ha scelto di diventare Suo discepolo. Egli è il Signore di tutti, perciò occupa sempre una posizione superiore, come maestro di tutti, ma se qualcuno desidera diventare Suo amico, figlio, amante o servitore, Egli lo accetta come tale. Si sottomette perfino ai desideri di coloro che vogliono che Lui, Krishna, interpreti una di queste parti. Arjuna Lo ha appena riconosciuto come maestro, e subito Krishna entra nella Sua parte e gli parla come un maestro parla al discepolo, con tutta la gravità richiesta dalla situazione. Maestro e discepolo scambiano queste parole davanti ai due eserciti, affinché tutti ne ricevano beneficio. Infatti, gli insegnamenti della Bhagavad-gità non sono riservati a una persona, un gruppo, una società o una comunità particolare, ma sono destinati a tutti. Amici o nemici, tutti hanno diritto di ascoltarli.
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