La festa, i centri Il Maha-mantra Hare Krishna Il fondatore Inviaci una e-mail
Il Vegetarianesimo
Karma-Reincarnazione
Sri Krishna
I Libri
Le Preghiere
I Maestri Spirituali
Ristorante Govinda
Ritorno a Krishna
Libri online
Food For Life Italia
Bambini
Le ricette
Calendario Vaisnava
Link ad altri siti web
HOME PAGE
Menù
Capitolo 1
Capitolo 4
Capitolo 7
Capitolo 10
Capitolo 13
Capitolo 16
Prefazione
Capitolo 2
Capitolo 5
Capitolo 11
Capitolo 14
Capitolo 17
Introduzione
Capitolo 3
Capitolo 6
Capitolo 9
Capitolo 12
Capitolo 15
Capitolo 18

CAPITOLO 8

La Bhagavad-gita: Krishna e Arjuna

 

Raggiungere il Supremo

 

 

VERSO 1

arjuna uvaca
kim tad brahma kim adhyatmam
kim karma purusottama
adhibhutam ca kim proktam
adhidaivam kim ucyate

arjunah uvaca: Arjuna disse: kim: che cosa; tat: quella; brahma: Brahman; kim: che cosa; adhyatmam: il sé; kim: che cosa; karma: attività interessate; purusa-uttama: o Persona Suprema; adhibhutam: la manifestazione materiale; ca: e; kim: che cosa; proktam: è chiamato; adhidaivam: gli esseri celesti; kim: che cosa; ucyate: è chiamato.

 

TRADUZIONE

Arjuna chiese:
O mio Signore, o Persona Suprema, che cos'è il Brahman? Che cos'è il sé? Che cosa sono le attività interessate? Che cos'è questa manifestazione materiale? E chi sono gli esseri celesti? Ti prego, spiegamelo.

 

SPIEGAZIONE

In questo capitolo Sri Krishna risponde alle domande di Arjuna sul Brahman poi sul karma, o attività interessate, e svilupperà anche i princìpi dello yoga e ciò che riguarda il servizio di devozione fin nella sua forma più pura.

Lo Srimad Bhagavatam spiega che la Verità Suprema e Assoluta appare sotto tre aspetti: Brahman, Paramatma e Bhagavan. Si deve però sapere che il termine Brahman designa anche l'essere individuale, l'anima infinitesimale, così come la parola atma, c'informa il dizionario vedico, si riferisce non solo all'anima, ma anche alla mente, al corpo e ai sensi.

Qui Arjuna chiama il Signore "Purusottama", "Persona Suprema". Infatti egli non interroga un semplice amico, bensì la Persona Suprema, riconoscendo in Lui la più elevata autorità in campo spirituale, capace di dargli risposte definitive.

 

VERSO 2

adhiyajnah katham ko 'tra
dehe 'smin madhusudana
prayana-kale ca katham
jneyo 'si niyatatmabhih

adhiyajnah: il Signore del sacrificio; katham: come; kah: chi; atra: qui; dehe: nel corpo; asmin: questo; madhusudana: o Madhusudana; prayana-kale: al momento della morte; ca: e; katham: come; jneyah asi: puoi essere conosciuto: niyata-atmabhih: dal sé controllato.

 

TRADUZIONE

Chi è il Signore del sacrificio, o Madhusudana? Come vive nel corpo? E come potranno conoscerTi al momento della morte coloro che Ti servono con devozione?

 

SPIEGAZIONE

Il "Signore del sacrificio" di cui parla il verso può riferirsi a Indra, capo degli esseri celesti che amministrano il mondo, ma anche a Visnu, capo dei principali esseri celesti, come Brahma e Siva. Visnu, capo dei principali esseri celesti, come Brahma e Siva. Visnu e Indra sono entrambi onorati con degli yajna (sacrifici). Quale dei due si deve dunque considerare "il" Signore del sacrificio? E come questo Signore vive nel corpo di ogni essere? Questo è ciò che desidera sapere Arjuna.
Le domande di Arjuna fanno trapelare certi dubbi che non sarebbero dovuti germogliare nella mente di un devoto, una persona cosciente di Krishna come lui. Tali dubbi sono come demoni. Poiché Krishna è molto esperto a uccidere demoni, Arjuna si rivolge a Lui chiamandolo Madhusudana uccisore del demone Madhu, affinché Egli uccida tutti i dubbi demoniaci sorti nella sua mente.

Il termine prayana-kale in questo verso è molto significativo, perché tutto ciò che facciamo nel corso della vita sarà messo alla prova al momento della morte. Arjuna è molto ansioso di conoscere il comportamento di coloro che sono costantemente impegnati nella coscienza di Krishna. Quale sarà la loro posizione al momento conclusivo? All'istante della morte tutte le funzioni corporee sono sconvolte e la mente non si trova nella condizione appropriata. Così disturbati per le condizioni del corpo non è facile ricordare il Signore Supremo. Maharaja Kulasekhara, grande devoto prega: "Mio Signore, ora che la mia salute è buona è meglio che io muoia immediatamente, in modo che il cigno della mia mente possa trovare spazio tra gli steli." Questa analogia è usata qui perché il cigno, uccello d'acqua, prova piacere nel penetrare lo stelo dei fiori di loto. Maharaja Kulasekhara dice al Signore: "Ora la mia mente è indisturbata e sono in buona salute. Se muoio immediatamente pensando ai Tuoi piedi di loto sono sicuro che il compimento del mio servizio devozionale giungerà alla perfezione. Ma se devo aspettare la mia morte naturale, allora non so che cosa accadrà perché in quel momento le funzioni del corpo saranno sconvolte, mi sentirò soffocare e non so se potrò cantare il Tuo nome. Meglio per me morire immediatamente." Arjuna s'informa in che modo una persona può fissare la mente su Krishna in quel momento conclusivo.

 

VERSO 3

sri-bhagavan uvaca
aksaram brahma paramam
svabhavo 'dhyatmam ucyate
bhuta-bhavodbhava-karo
visargah karma-samjnitah

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; aksaram: indistruttibile; brama: Brahman; paramam: trascendentale; svabhavah: natura eterna; adhyatmam: il sé; ucyate: è chiamato; bhuta-bhava-udbhava-karah: che produce i corpi materiali degli esseri viventi; visargah: creazione; karma: attività interessate; samjnitah: è chiamata.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
L'essere vivente, indistruttibile e trascendentale, è chiamato Brahman, e la sua natura eterna è chiamata adhyatma, il sé. L'insieme delle azioni che determinano i corpi di cui l'essere si rivestirà è chiamato karma, ossia attività interessata.

 

SPIEGAZIONE

Il Brahman è indistruttibile, eternamente esistente e la sua costituzione non è mai soggetta a mutamento. Ma al di là del Braman c'è Parabrahman. Il Brahman si riferisce all'essere vivente, mentre il Parabrahman si riferisce a Dio, la Persona Suprema. La posizione costituzionale dell'essere vivente è differente dalla posizione che egli asume nel mondo materiale. Nella coscienza materiale la sua tendenza è quella di cercare di controllare la materia, mentre nella coscienza spirituale, la coscienza di Krishna, la sua posizione è quella di servire il Supremo. Quando si situa nella coscienza materiale l'essere deve rivestirsi di innumerevoli corpi in questo mondo. Ciò è chiamato karma, varietà di creazioni determinate dalla forza della coscienza materiale.

I Testi vedici chiamano l'essere individuale jivatma o Brahman, mai Parabrahman, che serve a indicare solo il Signore. L'essere vivente (jivatma) è definito anche come l'energia marginale del Signore perché può, a sua scelta immergersi nell'oscura natura materiale e identificarsi con la materia, oppure identificarsi con l'energia spirituale, superiore. Secondo la sua tendenza ad avvicinarsi all'una o all'altra energia, l'essere assume un corpo corrispondente, che è materiale o spirituale. Il posto che occupa in questo mondo non corrisponde alla sua vera e originale natura, che è quella di servire il Signore Supremo con una coscienza spirituale, in coscienza di Krishna. In questo universo l'essere individuale è spinto dalla sua coscienza materiale verso il desiderio di dominare la materia; di conseguenza deve subire la legge del karma e rinascere infinite volte tra le 8.400.000 specie viventi, ora come essere celeste, ora come uomo, ora come animale e così via, mentre nel mondo spirituale la sua forma è una sola. Compiendo sacrifici (yajna) l'uomo può raggiungere i pianeti superiori e godere di piaceri paradisiaci, ma appena esauriti i suoi meriti tornerà sulla Terra in un corpo umano. Questo processo è chiamato karma.

La Chandogya Upanisad descrive il metodo dei sacrifici vedici. Sull'altare del sacrificio, cinque offerte sono presentate in cinque fuochi sacrificali. I cinque fuochi rappresentano i pianeti celesti, le nuvole, la terra, l'uomo e la donna, e le cinque offerte sono la fede, colui che gode sul pianeta lunare, la pioggia, i cereali e lo sperma. Seguendo questo sentiero, l'essere vivente compie particolari sacrifici per raggiungere determinati pianeti celesti e di conseguenza li raggiunge. Ma quando il merito del sacrificio è esaurito, l'essere, l'anima, scende in una goccia di pioggia, poi è trasferito in un chicco di cereale; questo chicco, mangiato da un uomo, è trasformato in sperma, che feconderà una donna; in questo modo l'essere otterrà di nuovo un corpo umano per poter compiere dei sacrifici, e il ciclo ricomincia. Così, l'essere condizionato va e viene senza fine sul sentiero materiale. La persona cosciente di Krishna, invece, non offre sacrifici agli esseri celesti ma adotta direttamente la coscienza di Krishna, preparando così il suo ritorno al Signore.

I commentatori impersonalisti della Bhagavad-gita sostengono, senza alcuna ragione, che il Brahman Supremo prende la forma di un jiva quando scende nell'universo materiale e spiegano questa tesi col settimo verso del quindicesimo capitolo. Ma anche questo verso descrive gli esseri individuali come frammenti eterni del Signore. Infatti, gli esseri possono cadere nell'universo Supremo, chiamato anche Acyuta, "Infallibile", non cade mai. Gli argomenti dei commentatori impersonalisti sono dunque privi di qualsiasi fondamento. Non dimentichiamoci mai della distinzione che fanno le Scritture tra il Brahman (l'essere individuale) e il Parabrahman (il Signore Supremo).

 

VERSO 4

adhibhutam ksaro bhavah
purusas cadhidaivatam
adhiyajno 'ham evatra
dehe deha-britam vara

adhibhutam: la manifestazione fisica; ksarah: cambiando costantemente; bhavah: natura; purusah: la forma universale, inclusi tutti gli esseri celesti come il sole e la luna; ca: e; adhidaivatam: detto adhidaiva; adhiyajnah: l'Anima Suprema; aham: Io (Krishna); eva: certamente; atra: in questo; dehe: corpo; deha-bhritam: dell'essere incarnato; vara: o migliore.

 

TRADUZIONE

O migliore tra gli esseri incarnati, la natura fisica che è in perenne mutamento, e definita adhibhuta [manifestazione materiale]. La forma universale del Signore, che include tutti gli esseri celesti, come il deva del sole e quello della luna, è definita adhidaiva e Io, il Signore Sovrano, che abito nel cuore di ogni essere come il deva del sole e quello della luna, è definita adhidaiva e Io, il Signore Sovrano, che abito nel cuore di ogni essere come Anima Suprema, sono definito adhiyajna [il Signore del sacrificio].

 

SPIEGAZIONE

La natura materiale, chiamata adhibhuta, è in costante mutamento; infatti i corpi materiali attraversano generalmente sei fasi: nascita, crescita, stabilizzazione, riproduzione, declino e morte. La natura materiale fu creata in un preciso momento e in un preciso momento sarà distrutta. Quanto alla forma concettuale del Signore Supremo, chiamata anche forma universale, che include tutti gli esseri celesti e i loro pianeti, è detta adhidaivata.
Presente in ogni corpo, accanto all'anima individuale, Si trova l'Anima Suprema o Paramatma, emanazione plenaria di Sri Krishna. L'Anima Suprema o Paramatma, è chiamata anche adhiyajna, il "Signore del sacrificio" ed è situata nel cuore. Questo Paramatma non è differente da Krishna stesso, come mette in rilievo questo verso con la parola eva. Il Paramatma è all'origine dei vari tipi di coscienza dell'anima individuale ed è anche testimone di ogni sua attività; dà all'anima individuale la possibilità di agire liberamente, poi diventa il testimone delle sue azioni.
Il puro devoto di Krishna, pienamente impegnato nel servizio d'amore al Signore, comprende subito le funzioni di queste diverse manifestazioni del Signore. Il neofita, invece, che non sa avvicinare il Signore Supremo nella Sua forma del Paramatma, potrà contemplarLo nella forma adhidaivata o virat-purusa, la Sua immensa forma universale, in cui i pianeti inferiori sono paragonati alle Sue gambe, il sole e la luna ai Suoi occhi e il sistema planetario superiore alla Sua testa.

 

VERSO 5

anta-kale ca mam eva
smaram muktva kalevaram
yah prayati sa mad-bhavam
yati nasty atra samsayah

anta-kale: alla fine della vita: ca; anche; mam: Me; eva: certamente; smaran: ricordando; muktva: lasciando; kalevaram: il corpo; yah: egli; mat-bhavam: la Mia natura; yati: ottiene; na: non; asti: vi è; samsayah: dubbio.

 

TRADUZIONE

Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso insiste sull'importanza della coscienza di Krishna. Infatti, chiunque abbandoni il corpo in piena coscienza di Krishna raggiunge subito la dimora trascendentale del Signore Supremo. Il Signore Supremo è il più puro del più puro perciò l'uomo che è sempre cosciente di Krishna è anche lui il più puro. Di qui l'importanza del termine smaran "ricordarsi"; ma il ricordo di Krishna non potrà sorgere nella mente dell'anima impura che non ha praticato il servizio nella coscienza di Krishna. Si dovrebbe dunque praticare la coscienza di Krishna findall'inizio della vita. Se si vuole ottenere il successo alla fine della vita è essenziale ricordare Krishna cantando incessantemente il maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Sri Caitanya ha consigliato di essere tolleranti come un albero (taror iva sahisnuna). Possono essere molti gli impedimenti per una persona che sta cantando Hare Krishna, ma se tolleriamo questi impedimenti continuando a cantare Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, alla fine della vita potremo godere del pieno beneficio della coscienza di Krishna.

 

VERSO 6

yam yam vapi smaran bhavam
tyajaty ante kalevaram
tam tam evaiti kaunteya
sada tad-bhava-bhavitah

yam yam: qualunque; va api: affattto; smaram: ricordando; bhavam: natura; tyajati: abbandona; ante: alla fine; kalevaram: questo corpo; tam tam: simile; eva: certamente; eti: riceve; kaunteya: o figlio di Kunti; sada: sempre; tat: quella; bhava: condizione dell'essere; bhavitah: ricordando.

 

TRADUZIONE

Qualunque condizione di esistenza si ricordi all'istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta.

 

SPIEGAZIONE

Krishna spiega in questo verso come trasformare la nostra condizione al momento critico della morte. Una persona che alla fine della vita lascia il corpo pensando a Krishna raggiunge la natura trascendentale del Signore Supremo, ma non è vero che una persona che pensa a qualcosa che non è Krishna raggiunge lo stesso livello trascendentale. Com'è possibile dunque morire nella giusta condizione mentale? Maharaja Bharata, per esempio, benché fosse una grande personalità, morì pensando a un cervo e nella vita successiva fu trasferito in un corpo di cervo. Sebbene in quel corpo mantenne il ricordo della sua esistenza passata, dovette pur sempre accettare un corpo animale.

I nostri pensieri all'istante della morte sono determinati soprattutto dall'insieme delle azioni e dei pensieri accumulati durante tutta la nostra vita: perciò sono le azioni di questa vita a determinare  la nostra condizione futura. Se nella vita presente siamo influenzati dalla virtù e pensiamo sempre a Krishna, ricordare Krishna al momento della morte diventa possibile. Ciò favorirà il nostro trasferimento nella natura trascendentale di Krishna. Se siamo spiritualmente assorti nel servizio di devozione a Krishna nel corso di questa vita, avremo un corpo più materiale ma spirituale quando lasceremo il nostro corpo presente. Il canto del maha-mantra - Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare - è dunque il miglior metodo per cambiare con successo lo stato della nostra esistenza al momento della morte.

 

VERSO 7

tasmat sarvesu kalesu
mam anusmara yudhya ca
mayy arpita-mano-buddhir
mam evaisyasy asam

tasmat: perciò; sarvesu: in ogni; kalesu: tempo; mam: Me; anusmara; continua a ricordare; yudhya: lotta; ca: anche; mayi: a Me; arpita: arrendendo; manah: mente; buddhih: intelletto; mam: a Me; eva: sicuramente; esyasi: verrai; asamsayah: al di là di ogni dubbio.

 

TRADUZIONE

Perciò, Arjuna, pensa sempre a Me nella mia forma di Krishna, pur continuando nel tuo dovere di combattere. Dedicando a Me le tue azioni e fissando in Me la tua mente e la tua intelligenza, senza dubbio verrai a Me.

 

SPIEGAZIONE

Krishna dà ad Arjuna un insegnamento molto importante per chiunque sia impegnato in attività materiali. Il Signore raccomanda di non abbandonare i doveri e le occupazioni abituali, ma di accompagnarli col ricordo costante di Krishna grazie al canto del maha-mantra Hare Krishna. Questo canto ci purificherà da ogni contaminazione materiale e ci terrà con la mente e l'intelligenza assorti in Krishna. Cantando i nomi di Krishna raggiungeremo senza dubbio il pianeta supremo, Krishnaloka.

 

VERSO 8

abhyasa-yoga-yuktena
cetasa nanya-gamina
paramam purusam divyam
yati parthanucintayan

abhyasa-yoga: con la pratica; yuktena; essendo impegnati nella meditazione; cetasa: con la mente e l'intelligenza; na anya-gamina: senza alcuna deviazione; paramam: la Suprema; purusam: Personalità di Dio; divyam: trascendentale; yati: si raggiunge; partha: o figlio di Pritha; anucintayan: pensando sempre a.

 

TRADUZIONE

Colui che medita su di Me, la Persona Suprema, con la mente costantemente assorta nel ricordo di Me, senza mai deviare, è sicuro di raggiungerMi, o Partha.

 

SPIEGAZIONE

Sri Krishna sottolinea ancora in questo verso quanto sia importante ricordarsi sempre di Lui. Il ricordo di Krishna si ravviva cantando il maha-mantra Hare Krishna. Il canto e ascolto della vibrazione sonora del nome del Signore Supremo occupano la mente, l'orecchio e la lingua, e rappresentano una meditazione facile da praticare, che ci aiuta a raggiungere il Signore Supremo.
Purusam significa "colui che gode". Sebbene gli esseri viventi appartengano all'energia marginale del Signore Supremo, ora sono contaminati dalla materia, e credono di poter godere di tutti i piaceri del mondo. Ma questo è l'errore, poiché non è l'essere vivente il beneficiario supremo. Appare chiaro da questo verso che il beneficiario supremo è Dio, la Persona Suprema che nelle Sue diverse manifestazioni ed emanazioni plenarie, come Narayana e Vasudeva, gode di tutto ciò che esiste.

Come la meditazione permette allo yogi di concentrarsi sull'Anima Suprema che abita nel cuore di ognuno, così il canto del mantra Hare Krishna permette al devoto di fissare sempre la mentre sull'oggetto della sua adorazione, sul Signore Supremo, in una delle Sue forme personali (Krishna, Rama, Narayana e innumerevoli altre). Questa pratica costante purifica il devoto e gli permette di accedere al regno di Dio al termine della vita. È necessario imporre alla mente il pensiero di Krishna perché per natura la mente è turbolenta e instabile. Come il bruco diventa farfalla in una sola vita a forza di meditare  sulla metamorfosi che desidera compiere, così l'uomo, a forza di pensare a Krishna, è sicuro di ottenere alla fine gli stessi attributi fisici di Krishna.

 

VERSO 9

kavim puranam anusasitaram
anor aniyamsam anusmared yah
sarvasya dhataram acintya-rupam
aditya-varnam tamasah parastat

kavim: colui che conosce ogni cosa; puranam: il più anziano; anusasitram: che ha il supremo controllo; anoh: dell'atomo; aniyamsam: più piccolo; anusmaret: pensa sempre a; yah: la persona che; sarvasya: di tutto ciò che esiste; dhataram: il sostegno; acintya: inconcepibile; rupam: la cui forma; aditya-varnam: lucente come il sole; tamasah: all'oscurità; parastat: trascendentale.

 

TRADUZIONE

Si deve meditare sulla Persona Suprema come sull'Essere onnisciente, il più antico, Colui che controlla e mantiene tutto, che è più piccolo del più piccolo, che è inconcepibile e rimane quindi al di là di ogni comprensione materiale, pur restando sempre una persona. Luminoso come i sole, Egli trascende questa natura materiale.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso insegna come pensare al Signore Supremo e dimostra, senza lasciare il minimo dubbio, che Egli non è una forza impersonale né un semplice "vuoto": Non si potrebbe meditare su qualcosa di così vago come una forza impersonale o un "vuoto"; sarebbe molto difficile. È facile invece concentrarsi su Krishna, se si pensa ai Suoi numerosi attributi, come quelli descritti in questo verso. Innanzitutto il Signore è purusa, una persona. Dobbiamo pensare a Krishna, o Rama, come a delle persone. Questo verso descrive Krishna come kavi, cioè perfettamente cosciente del passato, del presente e del futuro e dunque onnisciente; come l'Essere più antico, essendo l'origine di tutto perché tutto è nato da Lui; come Colui che controlla l'universo, il sostegno e la guida dell'umanità; come il più piccolo del più piccolo, se l'anima infinitesimale misura solo un decimillesimo della punta di un capello, il Signore è così inconcepibilmente piccolo da penetrare a Sua volta nel cuore di questa particella spirituale. Come Assoluto, Egli ha il potere di penetrare nell'atomo e nel cuore del più infinitamente piccolo per dirigerlo come Anima Suprema; di qui l'attributo di "più piccolo del più piccolo" che Gli conferisce questo verso.

Sebbene così minuscolo, Egli rimane onnipresente, il sostegno di tutto ciò che esiste, compresi i sistemi planetari. Ci chiediamo spesso come gli immensi pianeti possano fluttuare nello spazio, ma noi sappiamo da questo verso che è il Signore Supremo, con la Sua inconcepibile potenza, che sostiene tutti gli astri di tutte le galassie. Il termine acintya, "inconcepibile", è qui particolarmente significativo; infatti la potenza di Dio supera la nostra comprensione e immaginazione, perciò è inconcepibile, o acintya. Chi potrebbe contestare questo punto? Krishna è presente ovunque nel mondo materiale e Si trova simultaneamente al di là di esso. Noi non siamo neppure capaci di comprendere questo mondo, come cogliere dunque ciò che si trova al di là, nel mondo spirituale, infinitamente più vasto? Come percepire l'acintya, l'inconcepibile, che trascende la materia, che supera la logica e la speculazione umana? Perciò l'uomo intelligente abbandonerà le discussioni inutili e le ipotesi vane e si affiderà alle Scritture come i Veda, la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, per studiarle e applicarne i princìpi. Questa è la chiave della comprensione.

 

VERSO 10

prayana-kale manasacalena
bhaktya yukto yoga-balena caiva
bhruvor madhye pranam avesya samyak
sa tam param purusam upaiti divyam

prayana-kale: al momento della morte; manasa: con la mente; acalena: senza alcuna deviazione; bhaktya: in piena devozione; yuktah: impegnato; yoga-balena: col potere dello yoga mistico; ca: anche; eva: certamente; bruvoh: le due sopracciglia; madhye: tra; pranam: l'aria vitale; avesya: stabilendo; samyak: completamente; sah: egli; tam: quello; param: trascendentale; purusam: Dio, la Persona Suprema; upaiti: raggiunge; divyam: nella dimora spirituale.

TRADUZIONE

Colui che all’istante della morte fissa l’aria vitale tra le sopracciglia e in virtù dello yoga s’immerge nel ricordo del Signore Supremo con mente che non devia e con la più profonda devozione, tornerà certamente a Lui.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso indica senza alcun dubbio che all’istante della morte si deve fissare con devozione la mente sul Signore Supremo. Agli yogi esperti si raccomanda di elevare il soffio vitale tra le sopracciglia (ajna-cakra) e praticare il sat-cakra-yoga, che consiste nella meditazione sui sei cakra. Ma il puro devoto, che non si dedica a questa pratica, dovrebbe sempre fissare la mente in Krishna, in modo che al momento della morte possa ricordarsi di Lui, per la Sua grazia. Questo sarà spiegato nel verso quattordici.
Le parole yoga-balena, in questo verso, sono significative; indicano infatti anche senza aver praticato lo yoga in una delle sue forme, e in particolare il bhakti-yoga, non ci si può aspettare, al momento della morte, di ricordare il Signore Supremo e raggiungere il piano spirituale.
È essenziale perciò esercitarsi alla vita spirituale durante tutta l’esistenza con la pratica dello yoga, perché la mente dell’uomo che sta per morire è molto agitata.

 

 

 

continua...

 

© 2006 The Bhaktivedanta Book Trust International. All rights reserved.