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CAPITOLO 13

La Bhagavad-gita: Krishna e Arjuna

 

La natura, il beneficiario e la coscienza

 

VERSI 1-2

arjuna uvaca
prakritim purusam caiva
ksetram ksetra-jnam eva ca
etad veditum icchami
jnanam jneyam ca kesava

sri-bhagavan uvaca
idam sariiram kaunteya
ksetram ity abhidhiyate
etad yo vetti tam prahuh
ksetra-jna iti tad-vidah

arjunah uvaca: Arjuna disse; prakritim: natura; purusam: il beneficiario; ca: anche; eva: certamente; ksetram: il campo; ksetra jnam: il conoscitore del campo; eva: certamente; ca: anche; etat: tutto ciò; veditum: comprendere; icchami: desiderio; jnanam: conoscenza; jneyam: l'oggetto della conoscenza; ca: anche; kesava: o Krishna; sri bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema disse; idam: questo; sariram: corpo; kaunteya: o figlio di Kunti; ksetram: il campo; iti: così; abhidhiyate: è chiamato; etat: questo; yah: colui che; vetti: conosce; tam: egli; prahuh: è chiamato; ksetra-jnah: il conoscitore del campo; iti: così; tat-vidah: da coloro che conoscono questo.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
Mio caro Krishna desidero sapere che cos'è la prakriti [la natura], chi è il purusa [il beneficiario], che cosa sono il campo e il conoscitore del campo, la conoscenza e l'oggetto della conoscenza.
Dio, la Persona Suprema, rispose:
Il corpo, o figlio di Kunti, si chiama "campo", e colui che conosce il corpo è il "conoscitore del campo".

 

SPIEGAZIONE

Arjuna chiede spiegazioni sulla prakriti (la natura ), il purusa (colui che gode della natura), lo ksetra-jna (il conoscitore del campo), la conoscenza e l'oggetto della conoscenza. In risposta alle sue domande sul campo e sul conoscitore del campo, Krishna glieli descrive rispettivamente come il corpo e il conoscitore del corpo.
Il corpo è il campo d'azione dell'anima condizionata. L'anima prigioniera dell'esistenza materiale si sforza di dominare la natura e di trarre dai sensi il massimo piacere; il suo campo d'azione, cioè il corpo che ottiene, costituito dagli organi dei sensi, è determinato da questo desiderio di dominare e godere. Lo ksetra-jna, il conoscitore del campo, è colui che risiede nel corpo, cioè nel campo d'azione (Ksetra). Non è affatto difficile cogliere la differenza che esiste tra il campo, cioè il corpo, e il suo conoscitore. Tutti possono vedere che il corpo passa dall'infanzia alla vecchiaia subendo numerosi cambiamenti, mentre la persona rimane sempre la stessa. C'è dunque una differenza tra il conoscitore del campo d'azione e il campo d'azione propriamente detto.

Così, l'anima condizionata può capire di essere distinta dal corpo, come spiegavano già i primi versi della Bhagavad-gita (dehino 'smin yatha dehe): l'essere vive all'interno del corpo, che passa dall'infanzia all'adolescenza, poi all'età matura e alla vecchiaia, e chi possiede il corpo sa che esso è in perpetuo cambiamento. Il proprietario del campo è chiaramente lo ksetra-jna: "Io sono felice", "Io sono un uomo", "Io sono una donna", "Io sono un cane", "Io sono un gatto"; è sempre il conoscitore del campo che parla, differente da questo campo. Non è difficile capire che siamo distinti dai nostri abiti, come da tutti gli oggetti che adoperiamo; così non c'è bisogno di andare molto lontano per capire che siamo distinti anche dal corpo di cui siamo rivestiti. Io, tu o chiunque altro abbia un corpo è definito ksetra-jna, il conoscitore del campo d'azione, e il corpo è chiamato ksetra, il campo d'azione.

I primi sei capitoli hanno descritto questo conoscitore del campo, l'essere individuale, e le condizioni che gli permettono di conoscere Dio, l'Essere Supremo. I sei capitoli successivi hanno descritto il Signore e la relazione che unisce l'anima individuale all'Anima Suprema nell'ambito del servizio devozionale. Anche la supremazia di Dio e la posizione subordinata dell'essere individuale sono state chiaramente spiegate: l'anima infinitesimale è sempre subordinata all'Anima Suprema, ma la dimenticanza della sua posizione genera la sofferenza. Tuttavia, quando è illuminata da atti virtuosi, l'anima condizionata s'inserisce tra coloro che si sottomettono al Signore - gli infelici, i curiosi, coloro che aspirano alla ricchezza e coloro che cercano la conoscenza. Tutto questo riguarda i capitoli precedenti. Da questo capitolo in poi, invece, sarà descritta la causa del contatto dell'essere individuale con la materia e i modi in cui egli potrà essere liberato dal Signore, cioè attraverso l'azione interessata, lo sviluppo della conoscenza e il servizio di devozione. Verrà anche spiegato come l'anima, sebbene completamente distinta dal corpo, diventa in un modo o nell'altro vincolata ad esso.

 

VERSO 3

ksetra-jnam capi mam viddhi
sarva-ksetresu bharata
ksetra-ksetrajnayor jnanam
yat taj jnanam matam mama

ksetra-jnam: il conoscitore del campo; ca: anche; api: certamente; mam: Me; viddhi: conosce; sarva: tutti; ksetresu: nei campi corporei; bharata: o figlio di Bharata; ksetra: il campo di attività (il corpo): ksetra-jnayoh: e il conoscitore del campo; jnanam: conoscenza di; yat: ciò che; tat: quella; jnanam: conoscenza; matam: opinione; mama: Mia.

 

TRADUZIONE

Sappi, o discendente di Bharata, che anch'Io sono il conoscitore, presente in tutti i corpi. Conoscere il corpo e colui che conosce il corpo costituisce la conoscenza. Questa è la Mia opinione.

 

SPIEGAZIONE

Da queste domande sul corpo e sul suo possessore, che sono l'anima e l'Anima Suprema, emergono tre oggetti di studio: il Signore, l'essere individuale e la materia. In ogni corpo o campo d'azione si trovano due anime: l'anima individuale e l'Anima Suprema. Poiché l'Anima Suprema è un'emanazione plenaria del Signore, Krishna dice giustamente: "Anch'Io sono il conoscitore del campo, ma non sono il suo possessore individuale. Io ne sono il conoscitore supremo, presente in tutti i corpi come Paramatma, l'Anima Suprema."

Chi studia nei particolari l'argomento relativo al campo d'azione e al conoscitore del campo sulla base di questa Bhagavad-gita, può ottenere la conoscenza.
Il Signore dice: "Io sono Colui che conosce il campo d'azione di ogni essere vivente". L'essere individuale conosce solo il proprio corpo e non quello degli altri, mentre il Signore Supremo, presente in ogni corpo nella forma dell'Anima Suprema, conosce tutti i corpi, in ogni specie vivente. Un contadino può conoscere tutto ciò che riguarda il suo pezzo di terra, ma il re, oltre alla sua proprietà, conosce anche ciò che possiedono tutti i sudditi. Il re è quindi il padrone principale del regno, mentre i suoi sudditi non sono che padroni secondari. Similmente, ognuno di noi possiede un corpo particolare, ma il Signore è il proprietario supremo e il padrone originale di tutti i corpi.

Il corpo è costituito dai "sensi", cioè dagli organi di senso. E il Signore è chiamato "Hriskesa", il maestro di tutti i sensi. In effetti, come il sovrano ha il controllo finale su tutte le attività del regno, e i sudditi hanno solo poteri secondari, così il Signore Supremo è il maestro originale dei sensi. E quando afferma: "In tutti i corpi, anch'Io sono il conoscitore", significa che Egli è il conoscitore supremo, mentre l'anima individuale conosce solo il proprio corpo. I Veda lo confermano:

ksetrani hi sarirani
bijam capi subhasubhe
tani vetti sa yogatma
tatah ksetra-jna ucyate

Il corpo si chiama ksetra. All'interno del corpo vive il suo possessore, ma anche il Signor Supremo, che sa tutto del corpo e di colui che lo possiede. Così diremo che il Signore è il conoscitore di tutti i campi d'azione.
La conoscenza perfetta della natura del campo d'azione, dell'autore degli atti e del maestro ultimo degli atti - il corpo, l'anima individuale e l'Anima Suprema - è indicata nelle Scritture vediche col nome di jnana. Sapere ciò che distingue il campo d'azione dal conoscitore di questo campo, sapere che l'anima e l'Anima Suprema sono simultaneamente Una e differenti e, secondo il pensiero di Krishna, la perfetta conoscenza. Colui che non capisce la differenza tra il campo d'azione e il conoscitore del campo non possiede una conoscenza perfetta.

È necessario conoscere la posizione della prakriti, la natura del purusa, colui che gode della natura, e dell'isvara, il conoscitore che domina sia la natura sia l'anima individuale. Confonderli sarebbe un grave errore, come lo sarebbe se confondessimo il pittore con la tela e il cavalletto. La natura, il campo d'azione, è il mondo materiale; colui che gode della natura è l'essere individuale; e sopra di essi si trova il controllore supremo, la Persona Divina. I Testi vedici (Svetasvatara Upanisad) 1.12) aggiungono: bhokta bhogyam preritaram ca matva sarvam proktam tri vidham brahman etat. Esistono tre diversi concetti del Brahman: la prakriti è Brahman in quanto campo d'azione, il jiva, l'essere individuale, è anche lui Brahman in quanto cerca di dominare la natura materiale, ma il Brahman Supremo è il controllore di entrambi, è il controllore assoluto.

Questo capitolo spiegherà in seguito che tra i due conoscitori del corpo, uno è fallibile e l'Altro no, Uno è superiore e l'altro è subordinato. Chi afferma che i due conoscitori sono una sola persona contraddice il Signore Supremo, che dice chiaramente: "In tutti i corpi, anch'Io sono il conoscitore." Non confondiamo un serpente con una corda. Esistono diversi corpi, e ciascuno di essi è la manifestazione del desiderio e della capacità che ha l'anima individuale di dominare la natura materiale, ed esistono altrettanti possessori di questi corpi; ma l'Essere Supremo è presente in ciascuno di questi corpi e ne è il vero controllore.
Questo verso contiene una parola importante, la parola ca, che secondo Srila Baladeva Vidhyabhusana si riferisce all'insieme dei corpi: Krishna è l'Anima Suprema, presente insieme all'anima individuale all'interno di ogni corpo. E qui Krishna spiega chiaramente che l'Anima Suprema controlla sia il campo d'azione sia il suo beneficiario infinitesimale.

 

VERSO 4

tat ksetram yac ca yadrik ca
yad-vikari yatas ca yat
sa ca yo yat-prabhavas ca
tat samasena me srinu

tat: quel; ksetram: campo d'azione; yat: che cosa; ca: anche; yadrik: com'è; ca: anche; yat: avendo che cosa; vikari: trasformazione; yatah: dal quale; ca: anche; yat: avendo che cosa; sah: egli; ca: anche; yah: chi; yat: avendo che cosa; prabhavah: influenza; ca: anche; tat: che; samasena: in sintesi; me: da Me; srinu: comprendi.

 

TRADUZIONE

Ascolta ora mentre ti descrivo brevemente il campo d'azione, ciò che lo costituisce, le sue trasformazioni, la sua origine, il conoscitore di questo campo e le sue influenze.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore descriverà ora la natura del campo d'azione e del conoscitore di questo campo. Bisogna sapere com'è composto il corpo, quali sono gli alimenti che lo costituiscono e le trasformazioni che subisce, e infine le sue cause, la sua ragion d'essere, colui che lo dirige, la forma originale dell'anima individuale e il fine che essa persegue. È necessario anche sapere distinguere l'Anima Suprema dall'anima individuale, e conoscere il loro potere e le loro possibilità. Per acquisire questa conoscenza basta capire l'insegnamento della Bhagavad-gita così com'è stato dato dal Signore in Persona. Ma stiamo attenti a non confondere Dio, la Persona Suprema, presente in ogni corpo, in ogni jiva o anima individuale, con questo jiva stesso; sarebbe come mettere sullo stesso piano il potente e l'impotente.

 

VERSO 5

risbhir bahudha gitam
chandobhir vividhaih prithak
brahma-sutra-padais caiva
hetumadbhir viniscitaih

risbhih: dai saggi; bahudha: in molti modi; gitam: descritti; chandobhih: dagli inni vedici; vividhaih: vari; prithak: variamente; brahma-sutra: del Vedanta; padaih: con gli aforismi; ca: anche; eva: certamente; hetumadbhih: con causa ed effetto; viniscitaih: stabiliti.

 

TRADUZIONE

Questa conoscenza - del campo d'azione e del suo conoscitore - è stata esposta dai saggi in vari scritti vedici, in particolare nel Vedanta-sutra, dove cause ed effetti sono presentati con piena logica.

 

SPIEGAZIONE

Krishna, Dio, la Persona Suprema, è il più alto maestro in questa scienza, eppure Si avvale di Testi riconosciuti, come il Vedanta, per spiegare il punto controverso sulla dualità e non dualità dell'anima individuale e dell'Anima Suprema. Questo naturalmente, perché anche i grandi saggi ed eruditi basano le loro asserzioni su dichiarazioni autorevoli. Krishna parla dunque in accordo con i grandi saggi, tra i quali Vyasadeva, l'autore del Vedanta-sutra, che tratta perfettamente della dualità, e suo padre, Parasara, che scrisse nei suoi trattati religiosi: aham tvam ca tathanye... "Noi tutti - voi, io e gli altri esseri- sebbene prigionieri di corpi materiali, siamo completamente spirituali, al di là della materia. Ora siamo caduti sotto il dominio delle tre influenze della natura materiale, ognuno secondo il proprio karma; così, alcuni vengono elevati e altri degradati. Ma tutte le condizioni in cui si manifesta la varietà infinita delle specie viventi sono dovute solo all'ignoranza. Invece, l'anima Suprema, infallibile, rimane trascendentale e non contaminata dalle tre influenze della natura." Anche i Veda originali, specialmente la Katha Upanisad, stabiliscono una distinzione tra l'anima, l'Anima Suprema e il corpo. Sono molti i saggi che hanno spiegato questo argomento, e tra questi Parasara è considerato il principale.

Il termine chandobhih si riferisce alle varie letterature vediche. La Taittiriya Upanisad, per esempio, che è un ramo dello Yajur Veda, descrive la natura, l'essere vivente e Dio, la Persona Suprema. Come affermato precedentemente, Ksetra è il campo d'azione e due sono gli ksetra-jna: l'essere individuale e l'Essere Supremo.
La Taittiriya Upanisad (2.9) afferma: brahma puccham pratista. Alle diverse manifestazioni dell'energia del Signore corrispondono differenti gradi di realizzazione dell'Assoluto. Al primo stadio, in cui si dipende esclusivamente dal proprio nutrimento, diventano il centro dell'esistenza, si trova una concezione materialistica dell'esistenza, detta anna-maya. A questa realizzazione ne segue una seconda, prana-maya, in cui si percepisce la Verità Suprema e Assoluta attraverso i sintomi e le forme di vita. La terza, jnana-maya, è quella realizzazione in cui, al livello della coscienza, sintomo della vita, si sviluppano le funzioni di pensare, sentire e volere; la quarta, vijnana-maya, corrisponde alla realizzazione del Brahman, in cui la mente e i sintomi della vita sono percepiti come distinti dall'essere stesso. Infine, l'ananda-maya è la realizzazione dell'aspetto di felicità che è la natura dell'Assoluto. Questi sono i cinque gradi di realizzazione del Brahman Supremo, o brahma puccham.

I primi tre - anna-maya, prana-maya e jnana-maya - sono inerenti ai campi d'azione degli esseri individuali, ma al di là di tutti questi campi si trova il Signore Supremo, detto ananda-maya, che il Vedanta-sutra descrive anche come ananda-mayo'bhyasat. Dio, la Persona Suprema, è per natura pieno di felicità, e per gustare questa felicità trascendentale Egli Si manifesta in vijnana-maya, jnana-maya, prana-maya e anna-maya. L'essere individuale è considerato il beneficiario del campo d'azione materiale, colui che ne gode, ma distinto da lui è ananda-maya. Se l'essere individuale, nel suo desiderio di godimento, si unisce all'ananda-maya, raggiunge allora la perfezione. Così sono state descritte con precisione la posizione del Signore Supremo (il conoscitore supremo del campo), quella dell'essere individuale (il conoscitore subordinato) e la natura del campo d'azione. Si deve ricercare questa verità nel Vedanta-sutra, o Brahma-sutra.

È indicato qui che i codici del Brahma-sutra sono ben presentati secondo la causa e l'effetto. Alcuni dei sutra, o aforismi, sono na viyadasruteh (2.3.2), natma sruteh (2.3.18) e parat tu tac-chruteh (2.3.40). Il primo aforisma indica il campo d'azione, il secondo indica l'essere vivente e il terzo indica il Signore Supremo, il summum bonum di tutte le entità manifestate.

 

VERSI 6-7

maha-bhutany ahankaro
buddhir avyaktam eva ca
indriyani dasaikam ca
panca cendria-gocarah

iccha dvesah sukham duhkham
sanghatas cetana dhritih
etat ksetram samasena
sa-vikaram udahritam

maha-bhutani: i grandi elementi; ahankarah: falso ego; buddhih: intelligenza; avyaktam: il non manifestato; eva: certamente; ca: anche; indriyani: i sensi; dasa-ekam: undici; ca: anche; panca: cinque; ca: anche; indriya-gocarah: gli oggetti dei sensi; iccha: desiderio; dvesah: odio; sukham: gioia; duhkham: dolore; sanghatah: l'aggregato; cetana: sintomi della vita; dhritih: convinzione; etat: tutto ciò; ksetram: il campo di attività; samasena: in sintesi; sa-vikaram: con interazioni; udahritam: esemplificato.

 

TRADUZIONE

I cinque elementi, il falso ego, l'intelligenza, il non manifestato, i dieci sensi e la mente, i cinque oggetti dei sensi, il desiderio, l'avversione, la gioia e il dolore, l'aggregato, i sintomi della vita e le convinzioni - tutto è considerato, in sintesi, il campo d'azione e con le sue interazioni.

 

SPIEGAZIONE

Secondo i grandi saggi, gli inni vedici e gli aforismi del Vedanta-sutra, gli elementi che costituiscono questo universo sono la terra, l'acqua, il fuoco, l'aria e l'etere, detti anche i cinque grandi elementi (maha-bhuta). Poi il falso ego, l'intelligenza e le tre influenze della natura allo stato non manifestato. Quindi gli organi dei sensi: cinque di percezione, con i quali acquisiamo la conoscenza, cioè gli occhi, gli orecchi, il naso, la lingua e la pelle e cinque d'azione, cioè la bocca, le gambe, le braccia, l'ano e gli organi genitali. Al di là dei sensi si trova la mente, detta anche senso interno, o undicesimo senso. Ci sono infine i cinque tipi di oggetti dei sensi: gli oggetti olfattivi, gustativi, visivi, tattili e sonori. L'insieme di questi ventiquattro elementi costituisce ciò che si chiama il campo d'azione, che può essere compreso con uno studio approfondito di questi elementi.

A questi elementi si aggiungono il desiderio e l'avversione, il piacere e la sofferenza, che sono manifestazioni dei cinque grandi elementi del corpo grossolano e i prodotti della loro interazione. I sintomi della vita, invece, che sono la coscienza e la convinzione, sono le manifestazioni del corpo sottile, che si compone degli elementi sottili, cioè la mente, l'intelligenza e il falso ego, e che sono anch'essi inclusi nel campo d'azione. I cinque grandi elementi (maha-bhuta) sono una rappresentazione grossolana del falso ego, che a sua volta rappresenta lo stadio primario di falso ego, tecnicamente definito concezione materiale, ossia tamasa-buddhi, intelligenza in ignoranza. Questa rappresenta ulteriormente lo stadio non manifestato delle tre influenze della natura materiale. Le influenze non manifestate della natura materiale sono chiamate pradhana.
Per conoscere nei particolari questi ventiquattro elementi e le loro interazioni, di cui la Bhagavad-gita dà qui un semplice accenno, occorre approfondire questa filosofia. Il corpo, che è la manifestazione di tutti questi elementi riuniti, attraversa sei fasi: nasce, cresce, si mantiene per un certo tempo, si riproduce, deperisce e infine muore. Di conseguenza, lo ksetra, il campo, è materiale e temporaneo, a differenza dello ksetra-jna, il conoscitore e il possessore del campo.

 

VERSI 8-12

amanitvam adambhitvam
ahimsa ksantir arjavam
acaryopasanam saucam
sthairyam atma-vinigrahah

indriyarthesu vairagyam
anahankara eva ca
janma-mrityu-jara-vyadhi-
duhkha-dosanudarsanam

asaktir anabhisvangah
putra-dara-grihadisu
nityam ca sama-cittatvam
istanistopapattisu

mayi cananya-yogena
bhaktir avyabhicarini
vivikta-desa-sevitam
aratir jana-samsadi

adhyatma-jnana-nityatvam
tattva-jnanartha-darsanam
etaj jnanam iti proktam
ajnanam yad ato 'nyatha

amanitvam: umiltà; adambhitvam: assenza di orgoglio; ahimsa: non violenza; ksantih: tolleranza; arjavam: semplicità; acarya-upasanam: ricerca di un maestro spirituale autentico; saucam: pulizia; sthairyam: costanza; atma-vinigrahah: autocontrollo; indriya-arthesu: per ciò che riguarda i sensi; vairagyam: rinuncia; anahankarah: liberi dal falso ego; eva: certamente; ca: anche: janma: di nascita; mrityu: morte; jara: vecchiaia; vyadhi: e malattia; duhkha: della sofferenza; dosa: errore; anudarsanam: osservando; asaktih: liberi dall'attaccamento; ana-bhisvangah: privi di contatto; putra: con figli; dara: moglie; griha-adisu: casa, ecc.; nityam: costante; ca: anche; sama-cittatvam: equilibrio; ista: il desiderabile; anista: e indesiderabile; upapattisu: avendo ottenuto; mayi: a Me; ca: anche; ananya-yogena: col servizio devozionale puro; bhakti: devozione; avyabhicarini: ininterrotta; vivikta: solitari; desa: luoghi; sevitvam: aspirando; aratih: senza attaccamento; jana-samsadi: alla gente in generale; adyatma: relativo al sé; jnana: nella conoscenza; nityatvam: costanza; tattva-jnana: conoscenza della verità; artha: per l'oggetto; darsanam: filosofia; etat: tutto ciò; jnanam: conoscenza; iti: così; proktam: dichiarato; ajnanam: ignoranza; yat: ciò che; atah: da questo; anyatha: altro.

 

TRADUZIONE

L'umiltà, l'assenza di orgoglio, la non violenza, la tolleranza, la semplicità, l'atto di avvicinare un maestro spirituale autentico, la pulizia, la costanza, il controllo di sé, la rinuncia agli oggetti del piacere dei sensi, l'assenza di falso ego, la percezione che nascita, malattia, vecchiaia e morte sono mali da combattere, il distacco, la libertà dai legami con moglie figli casa e ciò che li riguarda, l'equanimità in ogni situazione, piacevole e dolorosa, la devozione pura e costante verso di Me, l'aspirazione a vivere in luoghi solitari e il disinteresse per la folla, il fatto di riconoscere l'importanza della realizzazione spirituale e la ricerca filosofica della Verità Assoluta - Io dichiaro che questa è conoscenza e tutto il resto è ignoranza.

 

SPIEGAZIONE

Alcune persone di scarsa intelligenza sostengono che questa via della conoscenza è prodotta dalle interazioni degli elementi del campo d'azione, mentre è in realtà l'unica via di conoscenza, che permette a colui che l'adotta di avvicinare la Verità Assoluta. Non solo essa non è soggetta all'interazione dei ventiquattro elementi materiali, ma rappresenta il modo per sfuggirvi. L'anima incarnata è imprigionata dal corpo che è un rivestimento fatto di ventiquattro elementi e il metodo di conoscenza descritto qui è il metodo per uscirne. Di tutti gli elementi che conoscono la via della conoscenza, la prima riga del verso undici ne rivela il più importante, mayi cananya-yogena bhaktir avyabhicarini: la via della conoscenza conduce al puro servizio di devozione offerto al Signore. Se non raggiungiamo o non siamo capaci di raggiungere questo servizio di devozione assoluto, al di là della materia, gli altri diciannove elementi non ci saranno di alcun aiuto. Viceversa, è sufficiente svolgere il servizio di devozione in piena coscienza di Krishna perché gli altri elementi si sviluppino spontaneamente in noi.

Come afferma lo Srimad-Bhagavatam (5.18.12): yasyasti bhaktir bhagavaty akincana sarvair gunais tatra samasate surah. Tutte le qualità della conoscenza si sviluppano nella persona che ha raggiunto lo stadio del servizio devozionale. Il principio espresso nel verso otto, sul fatto di accettare un maestro spirituale, è essenziale; ed è il più importante anche per chi intraprende la via della devozione, poiché la vita spirituale comincia solo con l'applicazione di questo principio, cioè solo quando si accetta un maestro spirituale. Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna afferma chiaramente che questa via di conoscenza è la vera via; ogni elucubrazione, ogni cosa che se ne allontana, non è che stupidità.
Gli elementi costitutivi della conoscenza menzionati in questo verso possono essere spiegati come segue.
Per umiltà si deve intendere lo stato in cui si è liberi dal desiderio di vedersi onorati dagli altri. La concezione materialistica della vita ci rende sempre assetati di onori, ma per l'uomo di conoscenza, che sa di essere distinto dal corpo, onore e disonore sono ugualmente inutili, come tutto ciò che riguarda il corpo. È bene quindi non ricercare questi onori materiali e ingannevoli.

Nell'ansia di mostrare il loro spirito religioso, gli uomini spesso aderiscono a questo movimento spirituale, senza capire i princìpi della religione. Nonostante tutti i meriti che si attribuiscono, nessuno di loro osserva i veri princìpi della religione. Gli elementi che stiamo studiando devono permetterci di valutare i veri progressi che compiamo nella scienza spirituale.
Si crede generalmente che la nonviolenza consiste soprattutto nel non causare angoscia agli altri. Gli uomini, immersi in una concezione materialistica della vita, sono prigionieri dell'ignoranza e perpetuamente subiscono le sofferenze di questo mondo, perciò, se non si cerca di elevarli alla conoscenza spirituale, si commette violenza nei loro confronti. Si deve fare il possibile per dare a tutti la vera conoscenza in modo che diventino illuminati e si liberino da questo condizionamento materiale. Questa è la vera nonviolenza.

Tolleranza significa saper sopportare gli insulti e il disonore. Quando si è impegnati a coltivare la conoscenza spirituale, ci si espone al disonore e agli insulti. Così si vede la natura materiale. Anche Prahlada, un bambino di cinque anni che aveva già intrapreso la via della conoscenza spirituale, si trovò in pericolo a causa del padre che si opponeva violentemente ai suoi sentimenti devozionali. Il padre cercò di ucciderlo in tutti i modi, ma Prahlada non smise mai di essere tollerante nei suoi confronti. Numerosi ostacoli si ergono sulla via del progresso spirituale; bisogna imparare a tollerarli e continuare il nostro cammino con determinazione.
Semplicità vuol dire essere franchi e diretti per poter svelare la pura verità, senza risvolti diplomatici, anche a un nemico.

Il fatto di accettare un maestro spirituale autentico è essenziale, perché senza le sue istruzioni non si può progredire nella scienza spirituale. Si deve avvicinare il maestro spirituale con grande umiltà, pronti a servirlo in tutto, in modo che egli sia felice di accordare la sua benedizione al discepolo. Poiché il maestro spirituale è il rappresentante di Krishna, la potenza delle sue benedizioni è tale da garantire al discepolo un progresso immediato, anche se il discepolo non osservai princìpi regolatori della vita spirituale. D'altra parte, le benedizioni del maestro spirituale faciliteranno l'osservanza dei princìpi regolatori a colui che ha servito il proprio maestro senza riserve.

La pulizia è anch'essa necessaria al progresso spirituale. Essa comporta due aspetti, uno esterno e uno interno. Esternamente si deve curare l'igiene del corpo con bagni regolari, e internamente si deve pensare sempre a Krishna e cantare i Suoi santi nomi: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, per liberare così la mente da tutta la polvere che il karma vi ha accumulato.
Costanza significa essere fermamente determinati a fare progressi nella vita spirituale. Senza questa determinazione non può esserci alcun avanzamento tangibile.

Il controllo di sé consiste nel rifiutare tutto ciò che potrebbe nuocere al progresso spirituale. E la rinuncia, quella vera consiste nella pratica naturale di questo controllo di sé.
I sensi sono così impetuosi che cercano sempre nuovi piaceri, ma noi dovremmo rifiutarci di cedere a questi impulsi, che sono sempre contingenti. Dobbiamo soddisfare i sensi solo quanto basta per mantenere il corpo in buona salute, per compiere il nostro dovere e avanzare nella vita spirituale.

Il senso più importante, e anche più difficile da controllare, è la lingua; se si riesce a dominarla diventerà facile dominare tutti gli altri sensi. La lingua ha due funzioni: gustare e far vibrare dei suoni. Bisogna dunque controllare la lingua in modo sistematico, dandole da gustare il cibo offerto a Krishna e facendole vibrare il canto del mantra Hare Krishna, senza lasciarle la possibilità di abbandonarsi a se stessa. Gli occhi, invece, non dovrebbero guardare nient'altro se non la forma affascinante di Krishna, gli orecchi dovrebbero ascoltare solo ciò che riguarda Krishna, e il naso odorare solo il profumo dei fiori offerti a Krishna. Questa è la scienza del servizio di devozione e, come mostra questo verso, la Bhagavad-gita non ha altro scopo se non quello d'insegnare questa scienza. Certi commentatori poco sensati tentano di deviare l'attenzione del lettore su altri soggetti, ma la Bhagavad-gita tratta esclusivamente del servizio di devozione.

Il falso ego è l'identificazione dell'essere col proprio corpo; invece, chi sa di essere un'anima spirituale, distinta dal corpo, conosce il vero ego. L'ego c'è sempre, ma mentre quello falso è condannato, quello vero no. I Testi vedici (Brihad-aranyaka Upanisad ), c'insegnano, aham brahmasmi: "Io sono Brahman, io sono di natura spirituale." Questo "io sono", questa "sensazione di essere", questa individualità, permane anche dopo la liberazione e rappresenta l'ego. Se abbiamo una concezione giusta e reale del nostro sé, siamo situati nel vero ego, ma se identifichiamo il corpo col sé, siamo nel falso ego. Alcuni filosofi vorrebbero farci abbandonare il nostro ego, cosa impossibile perché l'ego è sinonimo d'individualità. Ciò che si deve abbandonare, invece è ogni identificazione col corpo.

Dobbiamo anche diventare consapevoli delle sofferenze a cui ci espongono la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. Descrizioni della nascita si trovano in diversi Testi vedici; nello Srimad-Bhagavatam, per esempio, troviamo una vivida descrizione del mondo in cui vive il bambino prima di nascere, della sua permanenza nell'utero della madre e delle sue sofferenze. Bisogna rendersi conto di quanto sia penoso nascere, perché è proprio l'oblio delle sofferenze vissute nel grembo della madre che c'impedisce di ricercare la liberazione dal ciclo di nascite e morti. Ogni tipo di sofferenza ci attende al momento della morte, momento descritto nei Testi vedici. Anche questo argomento dev'essere affrontato. Quanto alla malattia e alla vecchiaia, tutti ne hanno esperienza. Nessuno desidera ammalarsi o invecchiare, ma nessuno può evitarlo. Se non si ha una visione pessimistica dell'esistenza materiale, con le sue nascite e morti ripetute, con la vecchiaia e la malattia, non si avrà mai lo stimolo necessario al progresso spirituale.

Per quanto riguarda il distacco dalla famiglia e dalla casa, non si tratta di reprimere i sentimenti naturali verso la moglie e i figli; ma quando essi rappresentano un ostacolo alla vita spirituale, è meglio distaccarsene. Il modo migliore per rendere felice la propria casa è facile per chi è pienamente cosciente di Krishna; basta cantare Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, accettare i resti del cibo offerto a Krishna, leggere Scritture come la Bhagavad-gita e lo Srimad-Bhagavatam, e dedicarsi all'adorazione del Signore nella Sua forma arca. Queste quattro attività riempiranno di gioia chiunque le pratichi. Tutti dovrebbero educare la propria famiglia a seguire questa via. La mattina e la sera tutta la famiglia può riunirsi e cantare Hare Krishna, Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Colui che può modellare così la sua vita familiare, seguendo questi quattro princìpi e sviluppando la coscienza di Krishna, non ha alcun bisogno di lasciare la famiglia, rinunciare a tutto e accettare il sannyasa, l'ordine di rinuncia. Ma se i legami familiari sono di ostacolo al progresso spirituale non si deve esitare a troncarli. Bisogna, come Arjuna, essere pronti a sacrificare tutto per conoscere e servire Krishna. Arjuna non voleva uccidere i componenti della sua famiglia, ma quando capì che essi rappresentavano un ostacolo alla sua realizzazione spirituale, seguì le istruzioni di Krishna, combatté e li uccise.

In ogni circostanza dobbiamo essere distaccati dalle gioie e dalle sofferenze della vita familiare, perché è impossibile in questo mondo essere completamente felici o completamente infelici. Gioie e dolori vanno di pari passo con l'esistenza materiale; bisogna dunque imparare a tollerarli, come raccomanda la Bhagavad-gita. Gioie e dolori vanno e vengono indipendentemente dalla nostra volontà; conviene quindi staccarsi dalla concezione materiale della vita e diventare equanimi in entrambe le situazioni. Di solito esultiamo quando sopraggiunge un avvenimento desiderabile e ci rattristiamo nel caso contrario, ma sul piano spirituale queste differenti condizioni non ci turberanno più. Per giungere a questo livello occorre diventare inflessibili nella pratica del servizio di devozione; servire Krishna senza deviare significa svolgere le nove attività devozionali (ascoltare, glorificare, ricordarsi, adorare, offrire preghiere, e altre ancora) descritte nell'ultimo verso del nono capitolo. È importante seguire questo metodo.

Quando si abbraccia la vita spirituale diventa addirittura inconcepibile, "contro natura", vivere in compagnia di materialisti. Così ci si può mettere alla prova verificando fino a che punto si desidera vivere in un luogo solitario, lontano da ogni contatto indesiderabile.
Naturalmente, il devoto del Signore perde ogni interesse anche per gli sport futili, il cinema, le riunioni mondane, le manifestazioni sociali e cose simili, perché capisce che non sono altro che una semplice perdita di tempo. Un buon numero di ricercatori e filosofi si occupa oggi di svariati problemi, come la vita sessuale per esempio. Ma la Bhagavad-gita non attribuisce alcun valore a questo genere di ricerche e speculazioni, che sono più o meno tutte assurde. C'incoraggia invece ad approfondire, con l'analisi filosofica, la natura dell'anima, e a sforzarci di scoprire ciò che si riferisce al vero sé.

Per quanto riguarda la realizzazione spirituale, è chiaramente stabilito qui che il bhakti-yoga è la via più pratica. Quando si parla di devozione si deve necessariamente considerare la relazione che unisce l'anima individuale all'Anima Suprema. In realtà l'anima individuale e l'Anima Suprema non possono essere un'unica persona; quest'idea va completamente contro il principio stesso della bhakti, della devozione. La Bhagavad-gita afferma che l'anima individuale è unita all'Anima Suprema da un'eterna (nitya) relazione di servizio; perciò la bhakti, il servizio di devozione, è anch'essa eterna. Senza questa ferma convinzione si perde tempo e si è nell'ignoranza. Lo Srimad-Bhagavatam dichiara, vadanti tat tattva-vidas tattvam yaj jnanam advayam: "Coloro che veramente conoscono la Verità Assoluta sanno che l'Essere Supremo è realizzato in tre aspetti: Brahman, Paramatma e Bhagavan." (S.B. 1.2.11) Bhagavan è Dio, la Persona Suprema, l'aspetto ultimo della Verità Assoluta, il culmine della realizzazione spiritual che si deve raggiungere servendo il Signore con devozione. Questa è la perfezione della conoscenza.

Partendo dall'umiltà per concludersi nella realizzazione della Verità Assoluta, Dio, la Persona Suprema, questa via è come una scala. Numerosi sono coloro che raggiungono i primi gradini, ma se ci si ferma prima di arrivare all'ultimo gradino, che rappresenta la conoscenza di Krishna, si rimarrà a un livello di conoscenza inferiore. Se poi qualcuno vuole competere in grandezza con Dio e tenta allo stesso tempo di avanzare sulla via spirituale, non incontrerà altro che frustrazione. Senza umiltà, la conoscenza diventa pericolosa. Credersi Dio, per esempio, è il massimo dell'orgoglio. L'essere vivente è preso a calci da ogni parte dalle rigide leggi della natura materiale, eppure, per ignoranza, continua ancora a pensare "Io sono Dio!" La conoscenza inizia quindi con l'umiltà, amanitva. Occorre essere umili e riconoscersi subordinati al Signore Supremo, poiché è proprio la nostra ribellione a Lui che ci ha resi schiavi della natura materiale. Dobbiamo conoscere queste verità ed esserne convinti.

 

 

 

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