Jiva Gosvami (1513-1598) traccia la propria genealogia nel Laghu-tosani,
che è il suo commentario alla più grande opera di Sanatana
Gosvami, il Vaisnava-tosani. La genealogia è importante
perché fornisce le esigue informazioni esistenti a proposito delle
origini familiari di Rupa, Sanatana, e Jiva. La vita e l’opera di
Jiva Gosvami sono emblematiche del metodo devozionale dei vaisnava.
Egli dedicava ogni attimo alla missione di codificare la filosofia di
Sri Caitanya per il beneficio dell’umanità. Con questa finalità,
egli organizzò il Movimento iniziato dai cinque Gosvami anziani.
Per conseguenza Jiva Gosvami è conosciuto come il predicatore più
sistematico tra i sei Gosvami, e a volte è stato definito il più
grande filosofo in tutta la storia dell’India. In effetti Sua Divina
Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada ha commentato: “I vaisnava
sono di gran lunga i più grandi filosofi del mondo, e il più
grande tra loro è Srila Jiva Gosvami.”
Sri Nityananda Prabhu mostra a Jiva Gosvami
il futuro Tempio del Planetario Vedico di Mayapur.
Jiva era il più giovane e più prolifico scrittore tra i
sei Gosvami. Per giunta, fu l’ultimo tra loro a raggiungere Vrindavana,
e non viene quindi citato in nessuna delle prime biografie di Sri Caitanya.
Jiva, tuttavia, è glorificato in molti versi della Caitanya-caritamrita,
ma anche in quell’opera è citato solitamente in connessione
con gli altri cinque Gosvami. Il poco che si conosce riguardo a Sri Jiva
deriva principalmente dal Bhakti-ratnakara, della quale opera
si è parlato diffusamente in tutto questo libro, e da un altro
precedente libro (sebbene anch’esso risalga al diciassettesimo secolo),
intitolato Prema-vilasa. Quest’ultima opera è stata
scritta da Nityananda dasa, uno degli studenti della moglie di Nityananda
Prabhu, Jahnava devi, e viene quindi accettato da molti vaisnavacaitanyti come fonte autorevole.
Poiché le informazioni biografiche a proposito di Jiva Gosvami
sono limitate, sono sorti molto dibattiti in relazione ai particolari.
Alcuni eruditi per esempio, smentiscono che il 1513 sia l’anno di
nascita di Sri Jiva, perché Sri Caitanya incontrò Rupa,
Sanatana, e Anupama (padre di Jiva e fratello minore di Rupa e Sanatana)
più tardi durante lo stesso anno, a Ramakeli. Ciò costituisce
un problema perché, stando al Bhakti-ratnakara, anche
Jiva si trovava a Ramakeli a quel tempo. E sebbene egli fosse solo un
bambino, era abbastanza grande da raggiungere da solo il luogo dell’incontro
con Sri Caitanya, tanto da poter assistere all’amorevole relazione
tra i suoi zii, suo padre, e Sri Caitanya.
Come poteva, dunque, Jiva essere nato nello stesso anno? L’unica
conclusione possibile è che anche la data di nascita di Jiva sia
approssimativa, come è già stato ammesso da Bhaktivinoda
Thakura, oppure che Jiva fosse un neonato dalle facoltà miracolose.
(Come per gli altri Gosvami, la posizione ontologica di Jiva è
speciale! Egli era considerato un’incarnazione della gopi
conosciuta col nome di Vilasa-manjari. Gli eventi soprannaturali quindi
non sono da considerare impossibili.)
Qualunque sia la risposta, crescendo, Jiva Gosvami sviluppava anche tutti
i sintomi fisici del maha-purusa, ossia di una divinità
potenziata. Le descrizioni delle Scritture riguardo a queste anime presuppongono
occhi allungati simili a fiori di loto, il naso e la fronte alti, le spalle
e il petto ampi, le mani che sfiorano le ginocchia, e una radiosità
simile a quella dell’oro fuso, oltre ad altri aspetti caratteristici.
Il Bhakti-ratnakara afferma che Jiva Gosvami non era privo di
alcuno di questi sintomi corporei... Inoltre egli era prodigioso: in tenera
età conosceva a fondo argomenti quali la grammatica, la poesia,
la logica e le interpretazioni delle Scritture.
Com’è descritto nel terzo capitolo, Sri Caitanya aveva conosciuto
dapprima Rupa e Anupama a Ramakeli e quindi ebbe un secondo incontro che
avvenne poco dopo ad Allahabad. Questo sarebbe stata l’ultima volta
che Anupama incontrava il Maestro in questa incarnazione, perché
proprio l’anno successivo, nel 1514, mentre viaggiava attraverso
il Bengala diretto verso Puri, Anupama spirò sulle rive del Gange.
Questo devastante evento ebbe un tremendo effetto su Jiva Gosvami, che,
sebbene fosse solo un bambino a quel tempo, decise di rinunciare al mondo
e alle sue crudeltà. Così, con un ardente passione nei confronti
dell’illuminazione spirituale, Sri Jiva studiò le Scritture
finché raggiunse i dieci anni di età. A quel tempo egli
intraprese l’adorazione di Krishna-Balarama, le forme di murti
di Krishna e di Suo fratello maggiore. Sri Jiva considerò Krishna
e Balarama non-differenti da Sri Caitanya e Nityananda Prabhu.
Questo periodo della vita di Jiva, e lo scenario che ne seguì,
sono sintetizzati dall’autore e dallo studioso di sanscrito Stuart
Elkan:
“ Con la morte del padre, e i due zii che ora
risiedevano a Vrindavana, si dice che Jiva perse ogni interesse per la
ricerca mondana, e che sperasse soltanto di riuscire, un giorno, a raggiungere
i due zii a Vrindavana. Per il tempo in cui raggiunse i vent’anni,
anche sua madre morì, ed egli decise di condurre la vita del vaisnava
appartato, in compagnia di Rupa e Sanatana... Prima di procedere per Vrindavana,
Jiva visitò dapprima la città di Navadvipa (il luogo di
nascita di Sri Caitanya), dove conobbe Nityananda che lo condusse in tutti
i luoghi santi legati alla giovinezza di Caitanya. Seguendo l’ordine
di Nityananda, Jiva proseguì verso Benares per completare i suoi
studi nell’apprendimento del sanscrito.”
Particolari interessanti a proposito della vita di
Jiva Gosvami a Navadvipa si trovano nel Navadvip Dham Mahatmya
di Jiva Gosvami. Fin dalla più tenera età Jiva aveva desiderato
visitare il luogo di nascita di Sri Caitanya. La madre di Jiva non voleva
che il suo unico figlio viaggiasse e conducesse l’austera vita del
rinunciante. Ciò nonostante Jiva concepì uno stratagemma
grazie al quale propose di compiere una breve visita alla sua ancestrale
dimora di Fatehabad. Sua madre acconsentì e Jiva fece in modo che
il barcaiolo che avrebbe dovuto portarlo a Fatehabad, lo conducesse invece
a Navadvipa.
Una volta a Navadvipa, Sri Jiva incontrò Nityananda Prabhu, com’è
stato annotato da Stuart Elkman. Jiva riconobbe immediatamente Nityananda
come non-differente dalla sua Divinità di Balarama. “Tu sei
la forma dell’universo”, disse Jiva a Nityananda, “Tu
sei Balarama. In realtà sei tanto infinito che io non posso descrivere
appropriatamente le Tue qualità. Una cosa so per certo, che Tu
sei il mio eterno padrone e io il Tuo servitore. La mia unica aspirazione
è l’ombra dei Tuoi piedi di loto. La persona a cui Tu accordi
la Tua misericordia ottiene senza difficoltà i piedi di loto di
Sri Caitanya, e viene sommerso dall’acqua dell’amore per Dio.
Senza la Tua misericordia nessuno potrebbe ottenere Sri Caitanya, anche
se lo adorasse per cento vite. Per questo, io prego di ricevere il Tuo
sguardo misericordioso.”
Dopo aver glorificato Nityananda Prabhu in questo modo, Sri Jiva venne
accompagnato da Nityananda Prabhu Stesso in una visita completa di Navadvipa.
Dapprima si recarono al luogo di nascita di Sri Caitanya; poi visitarono
la famosa casa di Srivasa Thakura, dove una volta si tenevano estatici
kirtan notturni; là, essi incontrarono Srivasa, il quale
li condusse a casa di Saci; Sacidevi e Visnupriya, la vedova di Sri Caitanya,
cucinarono del prasadam (cibo sacro vegetariano) per loro; quindi
Vamsivadana, il servitore di Saci, li accompagnò al tempio di Jagannatha
Misra, dove il padre di Sri Caitanya aveva adorato la Divinità
di famiglia di Laksmi-Narayana. Fu così che Jiva Gosvami visitò
tutte e nove le Isole di Navadvipa.
Dopo la loro visita al santo dhama, Nityananda Prabhu disse a
Sri Jiva di recarsi a Vrindavana passando da Benares. La ragione per cui
doveva attraversare Benares era quella di individuare Madhusudana Bhattacarya,
un importante discepolo di Sarvabhauma Bhattacarya, e prendere lezioni
da lui. Vacaspati sarebbe diventato il consigliere di Jiva Gosvami.
Giunto a Benares, Jiva Gosvami trovò rapidamente Madhusudana Vacaspati
e accettò la sua tutela. In un periodo di tempo relativamente breve,
Sri Jiva divenne particolarmente abile in ogni aspetto della filosofia
del Vedanta e guadagnò la reputazione di eminente erudito.
Avendo scritto il Sarvasangvadini, nel quale egli si riferisce
a quei commentatori che divergono dal Vedanta Sutra, quali Madhva,
Ramanuja, Sankara, e Vacaspati, egli fu riconosciuto come autorità
completa e di vasta esperienza in tutti i rami del sapere. Attualmente,
la Benares Hindi University, onora Jiva dedicando un intero dipartimento
allo studio delle sue opere.
Una volta stabilito a Benares, Sri Jiva rammentò le istruzioni
di Nityananda Prabhu. Quando si trovava a Navadvipa, Nityananda Prabhu
gli aveva detto: “Recati presto a Vrindavana. Quel luogo è
stato assegnato da Sri Caitanya Mahaprabhu alla tua famiglia, a tuo padre
e ai tuoi zii, quindi devi recarti là immediatamente.” Questo
ricordo, unito all’ardente desiderio di assistere Rupa e Sanatana,
lo influenzarono a lasciare Benares e a partire per Vrindavana. Krishnadas
Kaviraja, autore della Caitanya-caritamrita, conferma che a quel
tempo Jiva Gosvami aveva vent’anni e si era recato a Vrindavana
per svolgere l’incarico assegnatogli da Nityananda Prabhu.
Oltre al massiccio contributo letterario di Jiva Gosvami (è detto
che egli compilò non meno di 400.000 versi sanscriti!), non si
conosceva davvero troppo a proposito della sua permanenza a Vrindavana.
Secondo il Bhakti-ratnakara, i devoti (che sono citati qui di
seguito assieme con altri) si trovavano laggiù la prima volta che
Jiva arrivò, e lo accolsero con amore e amicizia: gli altri cinque
Gosvami, Prabodhananda Sarasvati, Kasisvan Pandita, e Krishnadasa Kaviraja.
Rupa e Sanatana furono felicissimi di vedere il loro illustre nipote in
compagnia dei devoti di Vrindavana.
Un'altro bel dipinto che ritrae Sri Nityananda
Prabhu che mostra a Jiva Gosvami il futuro Tempio del Planetario Vedico
di Mayapur.
Poco dopo essere giunto nella santa terra di Krishna, Sri Jiva avvicinò
Sanatana, lo zio più anziano, per essere iniziato nella linea dei
vaisnava caitanyti. Ma Sanatana, per umiltà, rimandò
la responsabilità di iniziare Jiva a Rupa Gosvami. Prima che Rupa
iniziasse Sri Jiva, però, egli decise di mettere alla prova il
suo temperamento. A questo scopo, Rupa dette a Jiva degli umili servizi
da compiere. Fece preparare a Jiva gli oggetti per l’adorazione
delle Divinità; gli fece chiedere l’elemosina, e preparare
del cibo; poi fece ricercare dei testi; si fece massaggiare i piedi e
preparare foglie di palma per i suoi scritti. Assai compiaciuto dal senso
altruistico del servizio di Jiva Gosvami, Sri Rupa lo iniziò formalmente
al vaisnavismo caitanyta.
Erano passati alcuni mesi dall’iniziazione di Jiva, quando uno studioso
erudito di nome Rupanarayana Sarasvati arrivò a Vrindavana. Egli
era famoso come uno degli uomini più colti del Paese, e si diceva
che non potesse essere sconfitto nei dibattiti filosofici. Infatti, egli
era definito un digvijayi, cioè “una persona che
ha superato tutti in ogni direzione”. La sua superbia, tuttavia,
era vasta quanto la sua cultura. E quando si recava di villaggio in villaggio
per disputare con gli eruditi del luogo, egli richiedeva un jayapatra,
ossia un “certificato di vittoria” da parte dei suoi oppositori.
A quel tempo, Rupa e Sanatana erano conosciuti in
tutto il Nord dell’India come i più grandi tra tutti gli
eruditi. Secondo la sua solita arroganza, Rupanarayana sfidò rudemente
i due famosi fratelli in un dibattito. Quando Rupa e Sanatana rifiutarono,
il presuntuoso Rupanarayana disse: “Voi siete ovviamente degli impostori!
Se foste eruditi quanto le persone vi ritengono, accettereste tutti e
due la mia sfida.”
Con grande umiltà, Rupa e Sanatana dissero che la loro reputazione
era stata esagerata dagli amici, e che in realtà loro non erano
capaci di sconfiggere un individuo tanto erudito da essere imbattibile.
Rupanarayana fu assai compiaciuto di sentirlo. Pensando immediatamente
alla sua reputazione, chiese il suo solito jayapatra per poter
dimostrare che aveva sconfitto anche Rupa e Sanatana. Senza alcuna esitazione,
i due umili fratelli firmarono il suo certificato e lo lasciarono andare
per la sua strada.
Accecato dalla vanità, Rupanarayana sentì di essere ormai
il più grande erudito di tutti i tempi. Trascurò completamente
il fatto di aver sconfitto Rupa e Sanatana solo per abbandono; infatti
era stata solamente la loro umiltà ad accordargli una facile vittoria.
Inoltre Rupanarayana seppe presto che Rupa e Sanatana avevano un giovane
nipote che aveva rapidamente sviluppato una reputazione pari alla loro.
Rupanarayana sapeva che se voleva davvero affermarsi come il più
grande degli eruditi avrebbe dovuto sconfiggere anche il giovane Jiva.
Avvicinando Jiva Gosvami, Rupanarayana presentò la lettera con
l’affermazione della sconfitta di Rupa e Sanatana. Jiva era irritato.
Come potevano i suoi maestri, Rupa e Sanatana, che erano compagni intimi
del Signore, essere sconfitti da un comune studioso —fosse anche
dal più grande di essi?
Rupanarayana pretese che Jiva iniziasse il dibattito con lui, perché
una volta sconfitto Jiva, egli disse, la sua reputazione sarebbe stata
impareggiabile. Quando Jiva udì la disgustosa vanagloria di Rupanarayana,
provò l’intenso impulso di zittirlo una volta per sempre.
La giovinezza di Jiva ebbe la meglio. Sebbene i suoi zii evitassero di
sprecare del tempo prezioso in qualche dibattito mondano, Jiva accettò
la sfida.
Il giovane Jiva trascorse sette giorni sulle rive della Yamuna cercando
di riscattare la reputazione dei suoi zii. Il giorno finale, la competizione
degli eruditi fu completata. Jiva aveva vinto il dibattito. Quindi Rupanarayana
se ne andò in grande vergogna, e non venne più rivisto a
Vrindavana. Jiva, da parte sua, era ansioso di condividere la propria
vittoria con Rupa e Sanatana. Egli era particolarmente eccitato per il
desiderio di raccontare le buone notizie a Rupa, il suo guru.
Quando si avvicinò a Rupa, tuttavia, venne rimproverato severamente:
“Hai accettato prematuramente lo stadio della vita di rinuncia”,
gli disse Rupa, “e per conseguenza, non sei riuscito a vincere la
tua collera e il senso di orgoglio. Nessuno che gioisca nell’umiliare
il prossimo, o che affermi i propri meriti, è adatto a vivere a
Vrindavana. Per questo devi essere allontanato, e dovresti andartene immediatamente.”
Severamente umiliato, Jiva si prosternò davanti al suo maestro
e lasciò rapidamente Vrindavana per la vicina Mathura. Egli prese
a cuore le dure parole di Rupa Gosvami, e praticò rigide austerità
nel tentativo di riscattarsi dalla propria cattiva condotta. È
detto che egli visse nella cavità di un’albero, che mangiava
dell’umile cibo (una sola volta al giorno), e che s’impegnò
in un voto di silenzio che sarebbe durato un anno intero.
Questo esilio avrebbe potuto durare anche più a lungo, ma fu abbreviato
grazie alla misericordia di Sanatana Gosvami. Quando Sanatana scoprì
ciò che era accaduto a Jiva, si recò immediatamente da Rupa
e gli disse che stava trascurando di seguire uno degli insegnamenti cardinali
di Sri Caitanya. Rupa disse: ”Che cosa? Qual è l’insegnamento
che non sto seguendo? Dimmelo, ti prego.” Allora Sanatana disse:
“Recita gli insegnamenti del nostro Maestro. Quando arriverai a
quello in questione te lo farò sapere.”
Recitando pazientemente tutti i precetti di Sri Caitanya, Rupa giunse
infine a “Jiva doya”, che significa “Benevolenza
verso tutti gli esseri viventi”. Doya significa “benevolenza”,
e Jiva significa “esseri viventi”. Jiva, tuttavia,
è anche il nome di Jiva Gosvami. Realizzando l’importanza
del curioso gioco di parole di Sanatana, Rupa rise cordialmente e decise
di essere “benevolo verso Jiva”. In questa maniera, Rupa revocò
il suo esilio.
I detrattori di Jiva Gosvami sottolineano scioccamente questo episodio
della vita di Jiva nel tentativo di dimostrare che egli agì scorrettamente.
I vaisnava seguaci di Sri Caitanya Mahaprabhu, tuttavia, comprendono
che Jiva stava soltanto recitando una parte al fine di istruire altri
riguardo alle insidie dell’erudizione mondana. I critici affermano
che Jiva avrebbe dovuto essere più umile, e che se lo fosse stato,
non sarebbe mai stato esiliato da Rupa Gosvami. Tali detrattori trascurano
il fatto che se Jiva non avesse dibattuto con l’arrogante erudito,
il vaisnavismo sarebbe caduto in cattiva reputazione, perché la
gente avrebbe continuato a credere che Rupa e Sanatana erano stati sconfitti
da Rupanarayana.
A questo proposito Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada
commenta:
“[I detrattori di Jiva Gosvami] non sanno che
umiltà e mitezza sono appropriate quando è insultato il
proprio onore, ma quando Sri Visnu o gli acarya sono ingiuriati
bisogna agire, non accontentarsi di essere umili e miti. Si deve seguire
l’esempio dato da Sri Caitanya Mahaprabhu. Egli disse nella Sua
preghiera: ‘Si deve cantare il santo nome del Signore in un umile
stato di mente, pensando di essere inferiori a un filo di paglia sulla
strada. Si deve essere più tolleranti di un albero e pronti a offrire
agli altri tutto il nostro rispetto. In tale stato di mente è possibile
cantare il santo nome del Signore costantemente.’ Tuttavia, quando
il Signore fu informato che Nityananda Prabhu era stato ferito da Jagai
e Madhai, infuocato dalla collera, si recò sul posto deciso a ucciderli.
Così Sri Caitanya spiegò il verso con l’esempio del
Suo comportamento personale. Si devono tollerare gli insulti rivolti alla
propria persona, ma quando l’ingiuria è rivolta contro i
superiori, come gli altri vaisnava, non ci si deve comportare
in un modo umile e mite, ma si devono prendere misure adeguate per contrattaccare
tale bestemmia.”
Ci sono altre due storie che sono state fabbricate
per diffamare Jiva Gosvami. La prima storia asserisce che Krishnadasa
Kaviraja, dopo aver completato la sua opera principale (magnum opus)
conosciuta come Caitanya-caritamrita, mostrò il proprio
lavoro a Jiva, il quale in seguito lo buttò in un pozzo, pensando
che il libro di Kaviraja fosse troppo competitivo per il suo lavoro. Krishnadasa
Kaviraja, continua la storia, rimase tanto disgustato dall’azione
del Gosvami, che morì immediatamente. Il problema di questa storia,
però, è che non trova alcun supporto storico o testuale,
né da parte degli storici né dei praticanti.
La seconda storia inventata dai detrattori di Sri Jiva Gosvami è
forse più seria della prima. Costoro accusano Jiva di negare l’importante
dottrina filosofica della parakiya-rasa, la quale afferma che
la relazione di Krishna con le gopi sposate è superiore
alla Sua relazione con le gopi nubili (sebbene dal punto di vista
convenzionale sia immorale avere relazioni con donne sposate).
Coloro che non riescono a concepire la posizione trascendentale di Krishna,
preferiscono pensare a Radha e Krishna come se fossero sposati (svakiya-rasa),
e in questo modo essi riescono a sistemare la relazione di Radharani con
Lui. Questi critici non riescono mai a rendersi conto che i codici etici
mondani e i principi morali perdono ogni significato quando sono riferiti
a Dio e ai Suoi eterni associati. Mentre i devoti in questo mondo sono
obbligati a seguire i più elevati livelli dell’etica e della
moralità, nel regno di Dio esiste un livello completamente differente:
ogni cosa viene calcolata in base a quanto essa porta piacere al Signore.
Incapaci di accettare che Radharani è effettivamente sposata con
qualcun altro, i neofiti sulla via della spiritualità non riescono
a comprendere che la relazione tra Radha e Krishna diviene ancor più
dolce a causa dell’emozionante rischio generato dalla Loro relazione
extraconiugale. Bisogna ricordare inoltre, che nel mondo materiale una
tale relazione è considerata indegna. Tutte queste sono ragioni
per cui nel mondo spirituale —che è esattamente l’opposto
del mondo materiale—questa relazione è considerata lo zenit
delle relazioni amorose trascendentali.
Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada
commenta così il presunto rifiuto della parakiya-rasa
da parte di Srila Jiva Gosvami:
“In realtà, quando Jiva Gosvami era
in vita, alcuni suoi seguaci non apprezzarono la parakiya-rasa
delle gopi, per questa ragione Srila Jiva Gosvami, considerando
il loro beneficio spirituale, sostenne la svakiya-rasa nel timore
che i sahajiya sfruttassero la parakiya-rasa come stanno
facendo al presente. Sfortunatamente a Vrindavana e a Navadvipa è
diventato di moda tra i sahajiya, nella loro degradazione, trovare
un partner di sesso opposto e fare vita in comune al di fuori del matrimonio
per compiere servizio devozionale secondo la parakiya-rasa. Prevedendo
ciò, Srila Jiva Gosvami aveva sostenuto la svakiya-rasa
e più tardi tutti gli acarya vaisnava lo avevavo approvato.
Srila Jiva Gosvami non si oppose mai alla trascendentale parakiya-rasa,
né alcun altro vaisnava la disapprovò. Srila Jiva
Gosvami seguì rigidamente i guru e i vaisnava
suoi predecessori, Srila Rupa e Sanatana Gosvami. Srila Krishnadasa Kaviraja
Gosvami accettò Srila Jiva Gosvami come uno dei suoi guru
istruttori”.
Le critiche infondate dirette contro Jiva sono state a lungo messe a tacere
dalle coraggiose autorità e dagli eruditi del vaisnavismo Gaudiya,
come Bhaktivinoda Thakura, Bhaktisiddhanta Sarasvati Thakura, e Sua Divina
Grazia Srila Prabhupada. In effetti, gli storici ora, considerano Sri
Jiva come uno dei più importanti maestri della teologia caitanyta,
e gli attribuiscono il mantenimento della tradizione. Nonostante il suo
veemente spirito di predica, egli serviva il duplice scopo di portare
avanti la missione dei Gosvami, di codificare gli insegnamenti di Sri
Caitanya e di stimolare altri a innalzare il vessillo del movimento del
sankirtan. Ciò è stato annotato da Amarnath Chatterjee,
professore di storia all’Università di Delhi:
“Tra i Sei Gosvami, solo Jiva può essere
visto come un predicatore sistematico. Fu lui a pianificare l’opera
di propagazione in Bengala e in Orissa durante il periodo post-Caitanya-Nityananda
(il diciassettesimo secolo). Per conseguenza, egli istruì Srinivasa,
Narottama, e Syamananda sui principi fondamentali della fede vaisnava,
affidando loro il lavoro di predica, e dirigendoli infine a procedere
verso le province orientali con la letteratura vaisnava.”
La fama di Jiva Gosvami si diffuse in tutta l’India.
Come risultato, l’Imperatore Akbar, più tollerante dei governatori
moghul, si recò a Vrindavana nell’anno 1570, proprio per
avere un’udienza esclusiva con il Gosvami. È detto che Akbar
fu commosso al di là di ogni parola, tanto che iniziò a
patrocinare l’opera dei Gosvami. Mentre vi sono eruditi che mettono
in dubbio l’autenticità di questo evento, l’entusiasta
patrocinio di Akbar nei confronti dei Gosvami è spiegato dall’eminente
storico F. S. Growser: “Akbar il Grande, com’è conosciuto,
fu condotto bendato nel giardino chiamato Nidhiban. Là, gli fu
rivelata una visione tanto meravigliosa che Nidhiban fu pronto a riconoscere
quel luogo come una terra davvero virtuosa. Da qui derivò il cordiale
sostegno che egli offrì a servizio dei raja (i Gosvami),
quando essi espressero il desiderio di erigere una serie di palazzi degni
della Divinità locale.”
Si può concludere quindi che la visita di Akbar giocò un
ruolo centrale nello sviluppo di Vrindavana in quegli anni formativi.
Avendo ricevuto, per grazia di Jiva Gosvami, un’autentica esperienza
spirituale, il grande imperatore indirizzò i suoi uomini a dare
inizio alla costruzione dei quattro templi originali di Vrindavana: Madan-Mohan,
Govindadeva, Gopinatha, e Jugal-Kishor. Si dice che a quel tempo Jiva
Gosvami incontrasse molte altre eminenti personalità, come la poetessa
Mirabai, ma riguardo a questi incontri sono reperibili soltanto scarne
informazioni.
Si sa invece molto di più a proposito della costruzione del tempio
di Radha-Damodar da parte di Jiva Gosvami, uno dei più importanti
sviluppi verificatesi durante la sua permanenza a Vrindavana. Quando la
terra venne acquistata da un ricco servitore di Akbar di nome Alisha Chaudhari
(con la precisa intenzione di assistere Sri Jiva a diffondere il vaisnavismo),
il Gosvami naturalmente l’accettò come opportunità
per adorare appropriatamente una coppia di Divinità di Radha-Krishna
che gli era stata donata da Rupa Gosvami. Fu così che Jiva sovrintese
alla costruzione del Radha-Damodara Mandir, uno dei templi classici di
Vrindavana.
Nel cortile di questo tempio vi sono alcune stanze che tradizionalmente
vengono affittate agli uomini santi quando giungono a onorare il tempio
di Jiva Gosvami, come tributo a Radha-Damodar. Sul lato orientale del
terreno del tempio c’è la stanza dove Sua Divina Grazia A.C.
Bhaktivedanta Swami Srila Prabhupada risiedette per sei anni prima di
lasciare l’India e salpare verso gli Stati Uniti nel 1965. Mentre
si trovava in quella stanza, Srila Prabhupada produsse i primi tre volumi
delle sue traduzioni e del commentario allo Srimad Bhagavatam.
Con l’ispirazione di Jiva Gosvami e di Rupa Gosvami (la cui tomba
si trova in quello stesso cortile), Srila Prabhupada preparava la strategia
per formare la sua Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna,
che fu da lui utilizzata per diffondere gli insegnamenti e la pratica
del vaisnavismo caitanyta in tutto il mondo.
È detto che anche i sei Gosvami erano soliti incontrarsi al tempio
di Radha-Damodar e progettare la propagazione della coscienza di Krishna.
Per facilitare questo piano, Jiva Gosvami —con gli uomini affidatigli
da Akbar— diresse la costruzione di una granth-bhandara,
una grande biblioteca, ove egli avrebbe collocato tutte le copie manoscritte
delle granth (Scritture) e dei libri di Rupa, Sanatana, e degli
altri Gosvami. La premura di Jiva nel preservare queste preziose opere
può essere vista come il suo Sankalpa-patra, ossia il
suo ultimo desiderio (o testamento).
Preservare la tradizione servendosi di prolifici raggiungimenti letterari
diventò il più importante contributo di Jiva al vaisnavismo
caitanyta. Oggi gli eruditi si meravigliano dell’imponente
produzione di letteratura teologica di Jiva Gosvami. La realizzazione
di Jiva a questo proposito è stata annotata dall’autore e
storico Sushil Kumar De:
“Jiva Gosvami fu uno degli scrittori più
prolifici, versatili, e produttivi, ed è quindi difficile offrire
un elenco completo delle sue opere. L’enumerazione di Krishnadasa
Kaviraja (Madhya 1; Antya 7) è molto breve, ma
il Bhakti-ratnakara cita alcuni versi sanscriti che attribuiscono
a Jiva più di venti opere differenti. La maggior parte di queste
opere, però, sono commentari, riassunti, o supplementi, che delucidano
i dotti trattati dei suoi zii, i quali trovarono in lui un interprete
assai competente ed erudito.”
Jiva Gosvami compose e pubblicò almeno venticinque
libri. Essi sono tutti considerati importanti classici nella linea di
Sri Caitanya, e sono elencati nel modo seguente:1) Hari-namamrita-vyakarana,
2) Sutra-malika, 3) Dhatu-sagraha, 4) Krishnarcha-dipika,
5) Gopal-virudavali, 6) Rasamrita-shesha, 7) Sri
Madhava-mahotsav, 8) Sri Sankalpa-kalpabriksa, 9) Bhavartha-suchara-champu,
10) Gopal-tapani-tika, 11) Brahma-sanghita-tika, conosciuto
anche come Dik-darshani (commentario alla Brahma-sanghita),
12) Bhakti-rasamrita-sesa-rochani (un commentario all’Ujjvala-nilamani
di Sri Rupa), 14) Yogasara-stava-tika (un commentario al Padma
Purana), 15) Gayatri-bhashya (una spiegazione del Gayatri-mantra
come riferita nell’Agni Purana), 16) Una elaborata descrizione
dei piedi di loto di Krishna, che segue in particolare la descrizione
del Padma Purana, 17) Una descrizione dei piedi di loto di Srimati
Radharani, 18) Gopal-champu (in due parti), e 19-27) i sette
Sandarbha: Krama, Tattva, Bhagavat, Paramatma,
Krishna, Bhakti, e le Priti Sandarbha.
Sebbene tutte queste opere siano importanti, alcune sono particolarmente
degne di nota. La grammatica di Jiva Gosvami, intitolata Hari-namamrita-vyakarana,
per esempio è considerata conferitrice di un effetto quasi mistico
sui suoi lettori. Sua Divina Grazia Srila Prabhupada ha commentato che
se si studia quest’opera, si possono imparare le regole della grammatica
sanscrita e diventare simultaneamente un grande devoto di Krishna. Janardana
Cakravarti ha spiegato questa grammatica con una certa profondità:
“Un trattato assai geniale... utilizzare il nome di Dio come metodo
per enunciare le regole della grammatica sanscrita. Esso è diviso
in diciotto prakarana, per esempio Sarvesvara-sandhi,
Visnu-jana-sandhi, Visnusarga-sandhi, Visnupad-prakaran,
ecc.” Il precedente di spiegare la grammatica con l’utilizzo
dei molti nomi di Sri Krishna, naturalmente, fu stabilito da Sri Caitanya
Stesso. Jiva Gosvami cercò così di emulare il suo Maestro.
Tuttavia, a superare perfino la sua grammatica in ordine di importanza,
ci sono le ancor più intense opere teologiche di Jiva. Il suo Radha-krishnarcana-dipika,
per esempio, è una composizione magistrale che offre dettagli a
proposito dell’adorazione di Radha e Krishna insieme. Questo è
un contributo significativo alla sampradaya caitanyta. Così
è anche per il Gopal Champu di Jiva Gosvami, che è
diviso in due parti. La prima parte, purva, è costituita
da trentatré capitoli che descrivono elaboratamente le attività
di Krishna a Vrindavana. La seconda parte, uttara, è costituita
di ventisette capitoli e descrive le attività del Signore a Mathura
e a Dvaraka. Nella sua totalità, il Gopal Champu è
un grande poema epico che tratta dell’intera gamma delle attività
di Krishna nella Sua manifestazione originale. È stato scritto
in un elaborato stile poetico e con profonda devozione.
Anche il famoso Krama-sandarbha è significativo. Spesso
descritto come il “settimo” dei sei sandarbha, è
l’elaborato commentario di Jiva a tutti i dodici canti dello Srimad-Bhagavatam.
Più importanti, tuttavia, sono i Sat (sei) sandarbha
stessi. Una sintesi del loro contenuto incredibilmente accurato è
dato da Sua Divina Grazia Srila Prabhupada:
“Il Bhagavat-sandarbha è conosciuto anche come Sat-sandarbha.
Nella prima parte, detta Tattva-sandarbha, è dimostrato
che lo Srimad-Bhagavatam è la testimonianza più
autorevole e diretta sulla Verità Assoluta. Il secondo sandarbha,
detto Bhagavat-sandarbha, fa una distinzione tra il Brahman impersonale
e il Paramatma localizzato, descrive il mondo spirituale e il dominio
dell’influenza della virtù quando è esente dalla contaminazione
delle altre due influenze materiali... Si parla anche del carattere eterno
dell’adorazione della Divinità, della onnipotenza della Divinità,
della Sua onnipresenza, della Sua capacità di dare rifugio a tutti,
delle Sue potenze grossolane e sottili, delle Sue manifestazioni personali,
delle Sue espressioni di forma, di qualità e di divertimenti, della
Sua posizione trascendentale e della Sua forma completa.
Il terzo sandarbha, intitolato Paramatma-sandarbha,
parla del Paramatma (l’Anima Suprema) e spiega che l’Anima
Suprema esiste in tutti gli esseri viventi che sono miliardi di miliardi.
Si parla delle differenze tra i guna-avatara, degli esseri individuali,
di maya, del mondo materiale, della teoria della trasformazione,
spiega che i lila-avatara rispondono ai desideri dei devoti e
infine che Dio, la Persona Suprema, è caratterizzato da sei perfezioni.
Il quarto sandarbha, detto Krishna-sandarbha, dimostra
che Krishna è Dio, la Persona Suprema. Segue poi la trattazione
dei divertimenti e delle qualità di Krishna, il Suo controllo sui
purusa-avatara e così via... Vi è contenuta anche
la descrizione del pianeta Goloka e di Vrindavana (l’eterna dimora
di Krishna), si parla dell’identità di Goloka e di Vrindavana,
degli Yadava e dei pastorelli (tutti eterni compagni di Krishna), dell’uguaglianza
e del significato dei divertimenti manifestati e non–manifestati,
della manifestazione di Krishna a Gokula, delle regine di Dvaraka (che
sono espansioni della potenza interna), e della supremazia assoluta delle
gopi. Segue poi un elenco dei nomi delle gopi e in quest’ambito
si parla della posizione suprema di Srimati Radharani.
Nel quinto sandarbha, detto Bhakti-sandarbha, si parla
del modo in cui il servizio devozionale può essere compiuto direttamente...
Aggiunge che la bhakti permette di raggiungere qualsiasi successo,
perché trascende tutte le influenze materiali. Spiega anche come
il sé si manifesta attraverso la bhakti; parla poi della
felicità del sé e afferma che la bhakti, anche
se eseguita in modo imperfetto, permette di raggiungere i piedi di loto
di Dio... Parla del maha-bhagavata (il devoto liberato), e del
devoto comune... Contiene inoltre un discorso sulla raganuga-bhakti
(l’amore spontaneo per Dio), sull’intento specifico nel diventare
devoti di Sri Krishna e offre uno studio comparato degli altri livelli
di perfezione.
Il sesto sandarbha, detto Priti-sandarbha, è
un trattato sull’amore per Dio. Vi è spiegato che grazie
all’amore per Dio si raggiunge la perfetta liberazione e l’obiettivo
più elevato della vita. Viene inoltre tracciata la distinzione
tra la condizione liberata del personalista e quella dell’impersonalista...
Tra tutte le forme di liberazione, la più elevata è quella
arricchita dal servizio d’amore a Dio, e la più alta perfezione
della vita consiste nell’incontrare Dio, la Persona Suprema. La
liberazione immediata contrasta con la liberazione che si raggiunge attraverso
un metodo graduale. Sia la realizzazione del Brahman che l’incontro
con Dio, la Persona Suprema, sono considerate liberazioni nel corso della
vita... Infine si parla della sovrapposizione di diversi rasa,
di santa (la neutralità), del servizio, del desiderio
di prendere rifugio, dell’amore paterno o materno, dell’amore
coniugale, del godimento trascendentale diretto e del godimento in separazione,
dell’attrazione preliminare e delle glorie di Srimati Radharani.”
In questi Sandarbha, poi, Jiva Gosvami procede
nell’adempiere le mete non soltanto dei suoi prestigiosi zii e di
Sri Caitanya, ma del mondo intero. Questo accade perché, —che
lo sappiano o no— tutti sono assetati di conoscenza spirituale,
e tale conoscenza è stata consegnata fino al massimo grado nel
Sat-sandarbha di Jiva Gosvami. I filosofi occidentali ora studiano
i sandarbha e si meravigliano della loro saggezza e profondità.
A volte si dice che i sei sandarbha rappresentano la perfezione
di sambandha-gyan, abhideya-gyan, e prayojana-gyan.
Di questi sei, i primi quattro sandarbha sono dedicati ai sambandha,
il quinto è dedicato ad abhideya, e il sesto a prayojana.
Per conseguenza, il glorioso Sat-sandarbha è considerato
il più importante trattato filosofico nella storia del vaisnavismo
caitanyta.
(Tratto da I sei Gosmvami di Vrindavana di Satyaraja dasa,
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